L'Italia capovolta

15 Novembre Nov 2012 1736 15 novembre 2012

#n14: lacrime e sangue

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Sempre la stessa storia. Dopo ogni manifestazione è una guerra mediatica tra bande: da una parte chi difende i manifestanti, dall’altra chi difende le forze dell’ordine. Tout court. Una divisione rigida che non chiarisce la dinamica di ciò che accade. Sempre le stesse foto, le stesse parole: vetrine distrutte, muri imbrattati, teste spaccate, sangue, slogan vuoti, agenti contusi, lividi, lacrimogeni, sampietrini. E nulla si capisce sui motivi della manifestazioni, le dinamiche degli scontri, il modo in cui si sono innestati. A prima vista non è chiaro cosa lega i volti coperti e le vetrine distrutte, con gli studenti; le teste spaccate e il sangue sull’asfalto, con l’ordine pubblico.

La prima questione attiene alle competenze. Dall’emergenza rifiuti, al TAV, da nord a sud le forze di polizia sono sempre più strumento attraverso il quale si affrontano le questioni sociali più spinose, attinenti alle più svariate tematiche: istruzione, sanità, trasporti, lavoro. Semplificando: Il Ministero dell’Interno, attraverso la Polizia di Stato, è, nei fatti, competente per la gestione di queste materie, piuttosto che i ministeri per ciò previsti (Istruzione, sanità, ecc). C’è un corteo, una dimostrazione di piazza? Si invia la polizia. E’ evidente che questioni alle quali non vengono date risposte politiche serie e puntuali, restano in sospeso e covano rancori. Il momento della piazza, allora, diventa lo sfogo, l’unico momento nel quale certe istanze trovano spazio. La Polizia diventa lo "Stato amministrazione" (tutto), in tutte le sue articolazioni amministrative (rectiuscompetenze); quella dell'agente, la faccia dello Stato, latitante in altre occasioni, alla quale urlare le proprie motivazioni. È chiaro che il luogo non è idoneo alla discussione; così come l’interlocutore. Questi fattori si uniscono in un mix pericoloso, una miscela esplosiva, alla quale basta poco per innescarsi: un pretesto qualsiasi, e la polizia diventa il bersaglio per sfogare la rabbia, l’indignazione, le frustrazioni che il vuoto politico ha creato. A pagare (fisicamente) sono gli agenti, andati allo sbaraglio, perché incaricati di gestire qualcosa di diverso da una manifestazione propriamente detta, perché diverso è il significato e i rancori racchiusi al suo interno. Scomposte, illegali  e intollerabili sono poi le vie che tali sentimenti trovano per manifestarsi. Così come la risposta: gesti di inaudita violenza, che anche quando sono di reazione e di difesa, travalicano il limite, ed il passaggio da uso legittimo della forza ad arbitraria violenza, è breve.

Le responsabilità al vertice, sono così triplici: quella di aver contribuito, con la mancanza di scelte, alla creazione di quel clima esasperato; il ritenere che con qualche manganellata si possa risolvere la questione, e passare velocemente il momento di passione; l’assenza di azioni disciplinari , ancor prima e indipendentemente dall’accertamento giurisdizionale, nei confronti di agenti responsabili di azioni scorrette.

La seconda questione attiene alla comunicazione. Di tali giornate ci resta solo tanta rabbia e nulla più. I principali sconfitti sono coloro che credono in queste manifestazioni (quelli a volto scoperto): i media sguazzano nelle immagini delle vetrine distrutte, dei danneggiamenti diffusi, dell’agente in barella. La cronaca del corteo si riduce a questo, l’attenzione fugge via dai temi clou. Il risultato è una percezione di tali appuntamenti come mere occasioni di violenza e l’opinione pubblica ne ha ribrezzo. Si crea così tra i cittadini l’avversione per tali categorie di manifestanti, frettolosamente e mediaticamente indicate come  antagonistigiovani dei centri sociali, ecc. Il risultato è una cittadinanza contrariata, inorridita, spaventata, cioè tutti sentimenti che creano il terreno fertile per il consenso, l’accettazione o comunque la tolleranza di eventuali azioni anche violente e straordinarie (extra ordinem) delle autorità repressive o di misure preventive, anti manifestazioni.

Fino a quando il tema sarà soltanto l’opportunità di una manganellata, o di una vetrina rotta, lo schierarsi a favore di una o dell’altra parte, e non la riflessione sulle cause di tutto ciò, allora forse saranno ancora una volta solo lacrime (e sangue), versate per niente.



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