L'Italia capovolta

4 Gennaio Gen 2013 1224 04 gennaio 2013

Magistrati candidati e parlamentari inopportuni che parlano di opportunità: siamo alle solite.

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Il tema dei rapporti tra magistratura-poilitica, è sempre d'attualità in Italia. Le frizioni tra questi due mondi (rectius poteri) sono all’ordine del giorno, anche se il focolare si è ravvivato ancora di più in questa fase di definizione delle liste e degli schieramenti, in vista delle prossime elezioni politiche.

In particolare, a tenere banco è la candidatura di Antonio Ingroia e la relativa polemica sollevata da Pd e Pdl: si parla d’inopportunità di questa scelta.

Si potrebbe spegnere immediatamente la polemica ricordando che nel centro-destra ci sono sette magistrati parlamentari (Nitto Palma, Frattini, Papa; tra gli altri). Probabilmente per loro non c’erano ragioni di opportunità da vagliare. Non se ne fa mancare anche il centro-sinistra (Finocchiaro, Carofiglio, ad esempio): di questi giorni la notizia della candidatura del Procuratore Grasso proprio tra le fila del Pd. Sorprendenti le parole, ad esempio, di Violante (ex magistrato) che plaude alla candidatura del Procuratore nelle liste Pd e solleva delle perplessità per quella di Ingroia. Schizofrenia? - Cfr Corriere della Sera, 29.12.2012.

Sarebbe altrettanto semplice ricordare che il diritto di elettorato passivo è garantito anche ai magistrati; si potrebbe banalmente e semplicisticamente affermare che è meglio un ex magistrato in Parlamento che un indagato e/o pregiudicato. O ancora, che le perplessità, le ragioni di opportunità sono sollevate ad personam, nei confronti di magistrati che hanno sempre rotto le scatole ai colletti bianchi, alla politica, con il loro lavoro.

Volendo lasciare da parte questi banali argomenti, è l’opportunità che un magistrato (in aspettativa, s’intende) si dedichi alla vita politica, il tema interessante. Così come la presunta perdita d’indipendenza che ne deriverebbe. (Retroattiva? Poiché candidandosi non eserciterà poteri giurisdizionali.)

Si dice, appunto in questi casi, che è una ragione di opportunità, il magistrato deve essere imparziale e sembrare imparziale. Certoma un magistrato è un cittadino che parla e pensa come chiunque altro, che ha delle idee e le manifesta con i più diversi strumenti, come qualsiasi altro. Come qualsiasi altro cittadino può valutare di presentarsi alle elezioni secondo le modalità previste, richiedendo un’aspettativa dal lavoro per motivi elettorali.

Ma un uomo, anche quando esercita il delicato compito di magistrato, ha delle proprie idee o arriva da un altro pianeta? Avrà delle idee religiose, filosofiche, politiche, che ogni giorno (se è un buon magistrato) dominerà, nell’espletamento delle sue funzioni, perché appartenenti alla sua sfera interiore, che nell’esercizio di quelle funzioni è necessariamente dominata per lasciare spazio a valutazioni, idee, riflessioni che sono effettuate alla luce degli elementi di fatto e di diritto di quella specifica questione.

Per verificare che ciò avvenga è possibile un controllo democratico sull’attività dei magistrati, che non a caso, hanno l’obbligo di motivare i propri atti, al fine di far comprendere a pieno il percorso logico seguito per giungere ad una determinata decisione, a disposizione delle parti in causa e di chiunque abbia interesse a consultare tali atti.

Nell’espletamento del proprio lavoro, un magistrato parlaper mezzo degli atti che emette (tipizzati dal codice di rito): è quello lo strumento con il quale comunica, nell’esercizio delle sue funzioni, ed è attraverso tali atti che i cittadini verificano l’imparzialità, la chiarezza, la perizia tecnica e scientifica del magistrato. Come di solito è fatto per qualsiasi professionista: che il proprio medico di famiglia abbia idee reazionarie o progressiste poco interessa; ciò che ci si aspetta da lui è che sia scientificamente preparato e che i suoi atti (prescrizioni, diagnosi, ecc) siano corretti.

Poi, come cittadini, e come chiunque altro cittadino, hanno diritto di esprimersi come meglio ritengono, ex art. 21 Cost. e nei limiti dei diritti altrui, esponendosi alla critica nell’ambito della normale dialettica democratica. Allo stesso modo, ex art. 51 Cost., possono accedere alle cariche elettive secondo le modalità stabilite dalla legge. Saranno poi i cittadini, con il loro voto, a valutare l’opportunità di tale scelta, così come lo faranno i segretari di partito che decideranno di inserirli in lista.

L’indipendenza e autonomia del magistrato va valutata quindi non retroattivamente, dal giorno in cui si candida ad una qualche carica elettiva, rimettendo in discussione il lavoro svolto fino a quel momento, ma quotidianamente e attraverso l’analisi degli atti tipici prodotti nell'ambito dell'attività di amministrazione della giustizia. L’indipendenza di Ingroia o di qualunque altro magistrato, quindi, va valutata dalla lettura dei documenti, provvedimenti, prodotti in ogni singolo procedimento giudiziario. E’ lì che si palesa l’eventuale corto circuito tra convinzioni e idelogie personali e la corretta e indipendente amministrazione della giustizia.

L'idea che essere magistrati possa voler significare avere un accesso limitato a diritti costituzionali (autoimposto o non), francamente non convince.

La magistratura in quanto tale è assolutamente criticabile, come chiunque e qualsiasi cosa lo è in democrazia così come l’eventuale parzialità di un giudice può essere messa in discussione: ma la critica, la discussione deve avvenire nel merito delle cose, argomentando i punti di vista; se si riduce a critica "di principio”, è poco seria, è poco credibile. L’imparzialità va ricercata negli atti attraverso il quale un magistrato si esprime: l’obbligo di motivazione, il vaglio di giudici diversi di una medesima questione, ecc sono strumenti giuridici previsti appositamente per questo motivo.

Chiaramente, data la particolarità del ruolo, il nostro assetto costituzionale, e i rapporti tra poteri, possono essere previsti dei paletti, delle limitazioni, ma ragionevoli: quali ad esempio l’impossibilità di candidarsi nella regione dove si è operato; o ancora, il divieto di tornare, al termine del periodo d’aspettativa, nella medesima circoscrizione e con la medesima funzione precedente. Tante possono essere le soluzioni, migliori di queste.

Certo, di questa questione resta l’idea che la scelta di candidare un magistrato sia legata più che altro ad una questione d’immagine: soprattutto in questa fase in cui gli scandali sono all’ordine del giorno, la candidatura di un giudice sembra più il modo per i partiti per provare a rifarsi una verginità, un lifting pre elettorale, più che altro. Ma questa è un’altra storia.

Una barricata totale contro la candidabilità dei magistrati, a legislazione vigente, sembra fuori luogo, soprattutto da parte di una classe politica che ha seri problemi giudiziari. La politica, una certa politica, che come al solito non si lascia sfuggire l’occasione per critiche e censure, pare ricadere nella solita cattiva fede: i magistrati sono bravie ligi al dovere quando si occupano degli altrio quando diventano paladini di battaglie politicamente condivise o combattute da governi e maggioranze amiche. Diventanopericolosi e sovversivi, inopportuni, quando parlano, si occupano, indagano, riflettono, su (certi) colletti bianchi o si candidano in uno schieramento avverso







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