L'Italia capovolta

27 Gennaio Gen 2013 1639 27 gennaio 2013

Giletti e gli altri indignati della domenica

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Ho acceso la tv domenica pomeriggio. Primo errore. Rai 1, Giletti. Secondo errore. Si stava parlando della vicenda di Fabrizio Corona: indipendentemente dal giudizio personale, ciascuno avrà il suo ed è irrilevante il mio, giuridicamente si stanno mettendo una serie di punti definitivi e chiari alle varie vicende che lo riguardano.

Una cosa mi ha colpito: Giletti, Klaus Davi e altri ospiti in studio, hanno mostrato un pathos, da paladini della giustizia, da difensori della legalità, da moralizzatori, mai mostrato con i politici, quelli con serissimi problemi giudiziari, ospiti in passato nella medesima arena televisiva. Giletti con i nervi del volto tiratissimi, con tono di voce da senso civico de Noantri, ha lanciato il servizio sui fan di Corona in attesa al terminal milanese, sottolineando la sua indignazione per la folla adorante. Ha più volte ripetuto “Che paese siamo?”. Vero Giletti, che paese siamo ad avere deputati e senatori indagati e condannati. Come mai il ligio Giletti non s’indigna per chi applaude o peggio vota, uomini condannati per gravissimi fatti? Come mai non ha sfoderato il medesimo pathos, il medesimo senso di giustizia e rispetto dei magistrati, quando nei suoi studi ha intervistato candidati, poco candidi, poiché già condannati per vari illeciti penali? Questo elogio per l’ottimo lavoro della magistratura nel caso Corona, come mai non è emerso quando ospiti di altre puntate, ripetevano di essere vittime di processi politici?

E’ la solita storia: è comodo mostrarsi così irreprensibili, ad esempio con Corona, che al momento è stato scaricato un po’ da tutti, da quel mondo dei media e dell’intrattenimento che ha contribuito alla sua ascesa. E’ la solita dinamica dello sparare sulla croce rossa. Ma con il potente di turno, il politico in carriera, è così difficile mostrarsi irreprensibili? Pochi hanno il coraggio di farlo, con l’ospite politico si cambia registro: si sghignazza alle battutine, lo si ossequia. Le domande scomode sono bandite, o peggio ancora, si evitano, nella strana pratica tutta italiana, inventata per i politici: le interviste senza domande.

L’indignazione e lo scherno nei confronti di Corona, che dichiara di essere vittima della giustizia, come mai non sono emersi con la medesima forza, per coloro che, indagati o candannti, hanno sfoderato i medesimi argomenti, parlando dei loro guai giudiziari?  Fatto ancor più grave per chi si candida a governare la cosa pubblica, o peggio ancora, lo fa già.

E’ chiaro che, oltre il programma televisivo in questione, sono tanti i contenitori televisivi (anche non domenicali) che usano le medesime tecniche. Sapete quali sono, quelli con pseudo esperti, commentatori, che senza neanche conoscere il merito dei processi in questione, sono i massimi esperti di commisurazione della pena, legalità delle procedure, serietà del comportamento di avvocati e magistrati. Quelli che sfoderano sedicenti regole morali e agghiaccianti sentenze mediatiche, strappa applausi, ovviamente.

Questa indignazione, questo atteggiamento, non è credibile, e anzi è di cattivo gusto, da coloro che la sfoderano a corrente alternata, seppur in presenza di medesimi fatti: un approccio variabile, tarato in base all’oggetto della discussione.

Questo giornalismo irreprensibile a giorni alterni, addomesticato con i potenti e strappa applausi con gli altri, è veramente offensivo per l’intelligenza di un cittadino medio.  Accettarlo, senza battere ciglio, fa di noi una Repubblica fondata sui telespettatori. Niente di più.



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