L'Italia capovolta

6 Aprile Apr 2013 1853 06 aprile 2013

ZeroZeroZero presentato a Milano

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Presso la libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte si è svolta venerdì 5 aprile la presentazione milanese del nuovo lavoro di Roberto Saviano, intitolato ZeroZeroZero. Alla serata ha partecipato anche l’autore.

Incontro previsto per le 21 ma alle 19:30 già una discreta folla attendeva in coda all’entrata della libreria. Alle 20 la coda si allungava, arrivando fin dietro l’angolo, verso piazza Wagner (per chi è pratico della zona).

Tra una ripresa televisiva, uno spintone, un’ombrellata e qualche salto di coda, sono riuscito a guadagnare l’interno, con il privilegio di avere un posto a sedere in quarta fila piuttosto vicini al palco. Fino alle 21 è stato un flusso ininterrotto, al punto da riempire totalmente il piano terra e le balconate ai piani superiori.

Alle 21 più o meno puntuale, è cominciato l’incontro, moderato da Fabio Fazio.

Tanta era l’emozione, si sentiva in sala: da una parte Roberto e la sua espressione finalmente felice e sorpresa, per una presenza così numerosa e affettuosa; e poi distesa, al momento del firma-copia. Dall’altra noi, gioiosi per il piacere di poter incontrarlo finalmente di persona.

La conversazione è stata interessante, con vari riferimenti ai contenuti del libro. Di giudizi dettagliati sui contenuti ce ne saranno tanti, a mano a mano che avverrà la lettura da parte di chi lo sta acquistando: d’interesse comunque, alcune chiavi di lettura emerse ieri e alcune riflessioni sul business della droga.

Interessante è stato conoscere la gestazione del lavoro: anni di ricerca e studio presso le autorità giudiziarie del sud America, Messico, Russia, Spagna, Grecia, Italia. Una miriade di documenti, verbali, intercettazioni, che Saviano e il team della casa editrice ha raccolto e letto per documentarsi in modo rigoroso sulle dinamiche concernenti il traffico di stupefacenti. Molto preziosi sono stati, a suo dire gli incontri con testimoni e “protagonisti” di questo immenso traffico. Un’immersione totale in quel mondo, nell’abisso del commercio di questa merce che frutta soldi a chili, tanti ne sono che non basta contarli “in miliardi”.

La forza delle narrazioni di Roberto è sicuramente nel suo approccio. Come fu per Gomorra, come spesso è per i suoi interventi sulla stampa, il suo è l’approccio “del doppio binario”: da una parte l’attitudine del giornalista, alla ricerca ossessiva di fatti, documenti e dei loro riscontri; dall’altra la tecnica narrativa e le suggestioni del romanziere. La potenza emozionale e l’evocatività della forma letteraria e la durezza e immediatezza della cronaca di fatti raccolti e riscontrati. Questo mix rende i suoi lavori di sicuro impatto. Il mondo emozionale ed evocativo della letteratura e l’attitudine del cronista che riporta i fatti, sconvolgenti e crudi.

La scelta del doppio binario permette al suo stile di esprimersi al meglio. Un registro sempre accattivante, immaginifico ma senza perdere il legame con la realtà, anche a costo di immergersi nelle situazioni più sgradevoli, nella saitella (il tombino, le fogne, in dialetto) come ha ricordato più volte anche lui.

La decisione di non scegliere il romanzo, tout court e nel senso classico, come genere per la sua narrazione, è una scelta convinta e ragionata.  Come ha ribadito venerdì, il romanzo, anche quando è costruito e “ispirato a fatti reali”, produce un effetto diverso sul lettore, che benché possa essere comunque colpito e coinvolto emotivamente dal testo, è consapevole di leggere una rielaborazione della realtà, una fiction. Rispetto ai fatti narrati può suscitare, comunque, curiosità nel capire quali sono i riferimenti reali e quali no, ma l’impatto è depotenziato dal fatto che per veicolare una storia, benché ispirata a fatti reali, l’autore costruisce una finzione. E il lettore ne è consapevole.

La sua scelta, invece, inchiesta + romanzo, produce un effetto dirompente: del romanzo si mantiene la forza emozionale ed evocativa delle immagini, dei riferimenti, dei rimandi; ma la storia, gli uomini e le donne, i luoghi, sono descritti con le loro proprie caratteristiche. Il lettore è scosso, angosciato, sorpreso, indignato, dubbioso, ancor di più sapendo che quello che sta leggendo è una fotografia ma fatta con altri mezzi. L’effetto è, talvolta, paradossale: nasce il dubbio sulla veridicità dei fatti, così assurdi da essere inverosimili, in quella situazione tutta umana per cui la realtà appare, a volte, più assurda della fantasia (Luigi Pirandello insegna).

Ma l’autore ha dichiarato che vuole che sorga questo dubbio sulla veridicità del suo racconto. Punta all’incredulità, poiché spera divenga l’occasione per il lettore di un ritrovato attivismo, che lo spinga a verificare quei fatti, lo sproni all’approfondimento, alla conoscenza e quindi consapevolezza che ne consegue.

Sono stati i lettori a rendere pericolose le mie parole” ha in più occasioni ribadito. Ed è così. Non sono i suoi scritti a essere pericolosi, di per sé; ad aver provocato l’odio e le minacce degli ambienti criminali oggetto delle sue narrazioni, ma è l’effetto che tali scritti hanno sui lettori e la relativa diffusione delle informazioni: è questo che mette in agitazione certi ambienti. Non è Gomorra, di per sé, che ha reso Saviano inviso alla criminalità organizzata; sono i lettori e la consapevolezza che la condivisione e diffusione d’informazioni ha prodotto. Non gli occhi di Roberto che hanno visto e documentato ma quelli dei lettori: quelle informazioni adesso camminano con milioni digambe e si diffondono ovunque. Occhi che dopo certe letture, hanno cominciato a guardare diversamente.

Lo stesso si prevede con ZeroZeroZero: la condivisione delle informazioni, la consapevolezza di certe dinamiche, è il pericolo che i poteri, anche quelli criminali, temono. Le organizzazioni non ricercano l’anonimato assoluto, non lo desiderano e sarebbe comunque impossibile averlo. Si mette in conto che se ne parli, meglio se in modo semplicistico e attraverso dei cliché. C’è interesse a controllare il flusso d’informazioni che li riguardano, veicolando loro i messaggi che preferiscono: desiderano incutere timore e rispetto; avere l’immagine di persone ricche e di potere. Non vogliono che si sappia come, a volte, vivono, come topi di fogna rinchiusi in bunker; con l’ansia perenne di essere assassinati da una banda rivale; morire nel corso di una operazione di polizia o per mano di un traditore; non vogliono che si svelino i meccanismi dell’economia che gestiscono, che accumula miliardi di euro sulla pelle d’ignari cittadini che con la loro salute e il loro impoverimento pagano il costo di quelle fortune. Quindi, non solo lo scrittore che racconta, ma la diffusione di quelle parole è ciò che è pericoloso.



Inevitabilmente nel corso della serata si è fatto cenno agli attacchi che l’autore riceve, da più parti, da tempo, in merito al fatto che le sue parole in qualche modo diffamerebbero persone e luoghi al centro dei suoi racconti.

La critica, in ogni sua forma è una cosa assolutamente legittima e sacrosanta. La dialettica è il sale delle comunità democratiche. Tremendo sarebbe il pensiero unico o l’apprezzamento totale verso qualcosa o qualcuno. E’ insopportabile solo l’idea. Ma la dialettica è anche il modo con la quale la nostra intelligenza si afferma, l’intelletto umano appunto che è tale perché complesso, perché capace di confrontarsi anche in modo articolato, con diverse argomentazioni. Ma proprio per questo, proprio per il rispetto a questa nostra intelligenza, umana, non possiamo accettare le critiche vuote, prive di argomentazioni, basata sul nulla, le mere critiche di principio. Ma non solo verso Saviano, ma verso chiunque. La critica nel merito, perché non è stato apprezzata una scelta stilistica, non sono veritiere alcune fonti adoperate e se ne hanno le prove, le critiche concrete, cioè, sono normali e legittime e anzi, fondamentali. Ma la calunnia, l’accusa vuota, i rilievi vacui, sono volgari. La cosa peggiore è poi sentire commenti su un articolo, su un romanzo, su un intervento, su un film, da chi non ne conosce i contenuti, poiché non ha letto, sentito o visto alcunché di ciò che critica. Ma questa, devo dire, è un’abitudine tutta italiana.

La solita storia che Saviano si è arricchito sulle sventure della sua terra è francamente volgare, se non cretina, ed è quasi peggio di chi ha detto che strozzerebbe chi scrive di mafia.

A parte l’ovvietà di costatare che il reddito di Roberto Saviano deriva dal suo lavoro di scrittore e giornalista (ha pubblicato e pubblica su L'Espresso, la Repubblica, il Washington Post, Il Times, il New York Post, El Pais, Der Spiegel, Expressen) è la irrazionalità di questa calunnia che colpisce. Come dire che il medico si arricchisce sulla pelle dei malati, lucrando dalle loro situazioni di difficoltà e malessere. Chi lo direbbe?  Oppure che i Vigili del Fuoco o i Carabinieri lucrano sulle sventure altrui. Chi direbbe che i vigili del fuoco si arricchiscono sulla disgrazia di chi perde la casa per un incendio?  Secondo questa logica, allora, gli insegnanti lucrano sull’ignoranza dei loro studenti? Si offende una comunità costruendo una scuola, perché si sottintende l’ignoranza delle persone di quel territorio? Certo che no, così come non si sottendente la mafiosità in toto di un territorio, raccontandone le criticità.

È l’assurdo per cui il racconto di certe vicende solleva sdegno e calunnie verso chi racconta, piuttosto che verso chi ha causato i problemi. La colpa è del fotografo che immortala le immagini di un incidente o di chi ha causato l’incidente? Ci s’indigna con il Vigile del fuoco che spegne un incendio o con il piromane?

Il racconto di certe storie non vuol dire diffamare: "Amo il mio paese e non c'e' critico più' severo di un innamorato sincero" scriveva Walter Tobagi; raccontare di certe cose dimostra che non siamo un popolo omertoso ma che piuttosto guardiamo con coraggio e risolutezza in faccia ai nostri problemi e a chi li causa, denunciando e non occultando, non riparandoci dietro i soliti cliché del sole, del mare, della pizza ecc. Ci sono anche le cose belle però, perché non ne parla? Si dice. Ma le cose belle parlano da sole e comunque già in tanti ne parlano.

Siamo il paese con la legislazione antimafia più avanzata del mondo. Professionalità sul tema invidiate ovunque. Cambiare prospettiva è fondamentale: parlarne, discuterne, raccontare per evidenziare che siamo il paese dell’antimafia, non della mafia.



Roberto Saviano non è un eroe: è uno scrittore e come tale dobbiamo trattarlo. Non dobbiamo aspettarci gesti eroici. Non è un mito, è un uomo. Considerarlo un eroe vuol dire allontanarlo da “ciò che è umano”, dalle cose del mondo, isolarlo e cosi danneggiarlo. E’ uno scrittore che scrive bene o male: la nostra sensibilità e il nostro gusto ci guideranno nel giudizio. Che ci trova d’accordo oppure no sulle sue opinioni: di volta in volta valuteremo. Ciascuno con i suoi argomenti.

Ma per piacere, evitiamo di essere volgari.





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