L'Opinabile

9 Giugno Giu 2013 2224 09 giugno 2013

Questa Università facciamola più europea

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Si è parlato tanto, in questi anni, di cervelli in fuga. Ma ci sono volte in cui i cervelli, più che fuggire, avrebbero anche piacere di tornare. Tuttavia, loro malgrado, non sempre è facile rimettere piede in un'Università italiana dopo aver trascorso un periodo di studi all'estero.


Non si sta parlando, ovviamente, di quegli studenti che partecipano ai programmi di mobilità studentesca, come l'Erasmus, ma di quei nostri connazionali che, ad esempio, decidono in autonomia di frequentare un'Università all'estero per poi, magari, fare un dottorato in Italia. Molti potrebbero pensare che aver studiato in un altro Paese possa fornire punti in più agli studenti, ma non sempre è così. Anzi.


Facciamo un esempio: uno studente di Lettere decide, dopo aver consegutio la laurea triennale, di frequentare in Inghilterra un Master of Arts (l'equivalente della nostra laurea magistrale). Ottenuto questo secondo titolo di studi, lo studente suddetto vuole tornare in Italia per fare un dottorato ma qui rischia di trovare qualche ostacolo. Non tutti gli Atenei, infatti, considerano il Master of Arts come fosse un'italiana laurea magistrale.


Una volta tanto, però, il campanilismo accademico non è un problema dovuto alle leggi italiane, ma a un trattato internazionale, la Convezione di Lisbona del 1997, con cui i Paesi dell'Unione Europea hanno regolamentato il riconoscimento dei titoli di studio tra i Paesi membri. Nella Convenzione, infatti, si sancisce il diritto della singola Università di decidere in autonomia se riconoscere un titolo estero come equivalente ad uno italiano. Questo, però, lasciando spazio ad interpretazioni a volte fantasiose: nel caso, ad esempio, del Master of Arts, che può essere conseguito in uno o due anni (a seconda che si frequenti il corso a tempo pieno o part time), capita che un Ateneo lo riconosca come valido nel secondo caso ma non nel primo semplicemente perchè il Master in due anni ha la stessa durata della Laurea Magistrale. Il tutto nonostante, in realtà, il titolo di studi sia esattamente lo stesso, a prescindere che sia conseguito in uno o due anni.


Una condotta del genere non può che danneggiare l'Università italiana, che al posto di fare tutto quanto in suo potere per assicurarsi i migliori studenti del Continente, tende, in alcuni casi, a rifiutarli a causa di un semplice pregiudizio nei confronti dei percorsi formativi stranieri. Ma non finisce qui. Così facendo, infatti, l'Università italiana si autoinfligge la già nominata fuga di cervelli, costringendo i suoi studenti a restare nelle Università estere, quando invece potrebbe riaccogliere quegli stessi studenti per la cui istruzione ha anche speso una discreta somma di denaro.


Ma come fare? Il Ministero non può imporre una diversa prassi agli Atenei, ma può promuovere un accordo informale tra questi stessi, al fine di dotarsi di un'unico metodo valutativo il quale, auspicabilmente, dovrebbe aprire le porte dell'istruzione superiore nostrana a chi, italiano o no, arriva con un titolo di studi di un altro Paese europeo. Una non-riforma che potrebbe cambiare in parte il volto dell'Università italiana, e renderla un po' di più un'Università europea.


Twitter @FraZaffarano

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