L'Opinabile

12 Luglio Lug 2013 1921 12 luglio 2013

Riforma costituzionale: cosa sta succedendo?

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Quando i padri costituenti decisero di porre a presidio della Carta l'articolo 138, diedero forma al diffuso timore che essa potesse essere modificata per ridare vita al regime autoritario appena sconfitto. Un timore che ancora attraversa parte del mondo politico e istituzionale e alimenta la tensione che accompagna l’esame del disegno di legge costituzionale 813, presentato dal Governo Letta e già approvato al Senato con 203 voti favorevoli. Un disegno di legge indispensabile per istituzionalizzare il Comitato parlamentare per le riforme, ma che contiene al suo interno una deroga proprio a quell'articolo 138 per la cui difesa si è fatto avanti un nutrito gruppo di costituzionalisti. Tra questi Stefano Rodotà, che senza mezzi termini parla di «curvatura autoritaria all'impianto dello Stato».
L'articolo 138, infatti, costituisce assieme al seguente 139 la sezione della Costituzione dedicata alle riforme della stessa e, per questo motivo, ne sancisce le condizioni di esistenza. Fra i costituzionalisti non pochi sostengono addirittura che la Costituzione sta, di fatto, in quei due articoli.

Il problema che si pone, dunque, é se sia possibile modificare l'articolo 138 nei limiti posti dallo stesso articolo. Da un punto di vista puramente logico la risposta è positiva, ma sul piano della filosofia del diritto tutto si complica. Secondo alcuni, infatti, modificare i limiti della Costituzione ci proietterebbe inevitabilmente al di fuori del suo stesso campo, costituendosi come primo atto della formazione di una nuova Costituente.

Un'opinione che la maggioranza di Governo non condivide sostenendo che si possa mitigare il presunto profilo di incostituzionalità del provvedimento mantenendo in qualche modo la sostanza dell'articolo 138 per modificarne solamente un aspetto formale. Nello specifico, infatti, la riforma prevederebbe "solo" una riduzione dei tempi minimi normalmente previsti tra le votazioni dei due rami del Parlamento, passando da tre mesi a uno.

In difesa del nuovo iter si sono spesi il Ministro per i rapporti con il Parlamento Franceschini e il suo collega al dicastero delle Riforme, il senatore Quagliariello, convinto che la riforma consegni al Paese «un articolo 138 rafforzato» grazie ad un più semplice ricorso allo strumento del referendum costituzionale.

La soluzione, però, non soddisfa chi ritiene che una posizione del genere, in ogni caso, non faccia che accentuare il progressivo svuotamento di senso del Parlamento, sempre meno chiamato a esercitare il suo potere legislativo e sempre più ridotto ad esprimere la propria funzione attraverso il solo strumento del voto per giunta con tempi accelerati rispetto al dettato costituzionale. Una prospettiva che non piace soprattutto a chi guarda con timore alle spinte presidenzialiste (o semipresidenzialiste) che completano il contesto di forte evoluzione che sta vivendo l'intero assetto istituzionale italiano.

E' proprio il rischio di «travolgere l'insieme della Costituzione» che ha spinto Valerio Onida a manifestare alcune perplessità sulla riforma costituzionale. Perplessità che però, secondo l'ex Presidente della Corte costituzionale, non devono oscurare l'esigenza di una riforma dell'articolo 138, che dovrebbe essere modificato in modo che le revisioni della Costituzione siano «approvate sempre a maggioranza di due terzi nella seconda deliberazione delle Camere, e che possa in ogni caso chiedersi il referendum confermativo».

Riforma, dunque, non una semplice deroga. D'altronde, come ha detto dalla maggioranza l'onorevole Renato Balduzzi, di Scelta civica, chi si pone come riformatore deve tenere in seria considerazione l'articolo 138 «perché questo è il perno dell'equilibrio costituzionale».

In ultima istanza, però, saranno i cittadini a votare i nuovi articoli in un referendum. Ed è ancora fresco nella mente il ricordo della disfatta che subì la riforma costituzionale targata Calderoli.

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