L'Opinabile

19 Agosto Ago 2013 1510 19 agosto 2013

Dalle larghe intese alle larghe attese

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A Silvio Berlusconi non «passa nemmeno per la testa di chiedere la grazia». Un gesto che potrebbe preludere al ritiro della delegazione pidiellina dal Governo e alla fine della legislatura, sempre che il presidente Napolitano lo conceda. Il leader del Pdl asseconderebbe così i desiderata dei falchi del suo partito da Verdini alla Santanchè che più che come indigesto, vivono il Governo Letta come una vera polpetta avvelenata. La conclusione apparentemente scontata, però, potrebbe anche non verificarsi. Tutto dipende da cosa l'ex premier deciderà di fare per il futuro del Pdl; e di quanto tempo gli servirà per farlo.

L'attenzione di questi giorni, infatti, è rivolta alla riunione della giunta del Senato, che il prossimo 9 settembre esaminerà l'ipotesi della decadenza di Berlusconi. Ma è anche in arrivo il pronunciamento del Tribunale di Milano sull'interdizione dai pubblici uffici; da ridurre ma non per questo da eliminare. E una volta espulso dal Parlamento, Berlusconi potrebbe aver bisogno proprio delle larghe intese per mantenere la sua presa sulla vita politica del Paese.

Non rischiando (per il momento perché sentenziata in primo grado nel processo Ruby) un'interdizione a vita, quel che serve a Berlusconi è solo il tempo. Per capire cosa fare del suo partito, delle sue aziende e della sua leadership, nell'attesa di scontare la pena accessoria.
Anzitutto, se a ottobre arrivasse l'interdizione dai pubblici uffici e il giorno dopo cadesse il Governo, il centrodestra dovrebbe presentarsi agli elettori senza un candidato, senza i consensi di un tempo e senza una figura che riesca a tenere insieme le diverse e litigiose anime interne al partito. A che pro, quindi, precipitare la situazione?

Senza una figura in grado di raccogliere i consensi del popolo berlusconiano, le speranze che dalle urne esca una maggioranza di centrodestra in grado di governare sono basse. Fino ad ora l'unico nome che piaccia un po' a tutto il centrodestra sembra essere quello della figlia Marina, ma la successione non può avvenire dalla sera al mattino. Tanto per cominciare, posto che la primogenita ci stia (fatto non scontato), Berlusconi dovrebbe ripensare l'organizzazione interna delle sue aziende. Il che richiede un tempo discreto. Poi si porrebbe il problema dell'affermazione non tanto della leadership della figlia quanto della sua candidatura, non bastando un cognome civetta per diventare un candidato attraente agli occhi degli elettori.

Altra questione non di poco conto, poi, è rappresentata dal "capitolo alleanze". La Lega avrà la consistenza elettorale necessaria per presentarsi ad Arcore come carta vincente nelle circoscrizioni del nord? E la stessa Lega accetterà, come ha già fatto Bossi ma non Maroni, l'eventuale successione per linea ereditaria della leadership? Oppure continuerà sulla strada appena accennata della candidatura di Tosi?

Sono tutti problemi che solo con il tempo possono trovare una soluzione che incontri il volere dell'ex premier. E chi meglio del Governo può garantire questo tempo, offrendosi peraltro al centrodestra come termometro elettorale su quei provvedimenti da esaltare o contrastare (a seconda del gradimento dell'elettorato) in una futura campagna elettorale?
Berlusconi, insomma, potrebbe avere buon gioco a trasformare le larghe intese in larghe attese. L'obiettivo è galleggiare sull'immobilismo di un esecutivo costretto a governare «per il bene del Paese» ma castrato nelle sue funzioni dal prevalere nel dibattito pubblico delle sorti berlusconiane su quelle nazionali.

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