L'Opinabile

20 Agosto Ago 2013 1556 20 agosto 2013

Il bacio delle atlete russe vale più delle proteste

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Ksenya Ryzhova e Tatyana Firova non si sono baciate per protestare contro l'omofoba Russia. Questa, almeno, è la versione ufficiale della Federazione internazionale di atletica e delle dirette interessate. D'altronde, considerando quel bacio come gesto politico, nei confronti delle due atlete si dovrebbe avviare un procedimento disciplinare. La Carta Olimpica, infatti, vieta qualsiasi «dimostrazione o propaganda politica, religiosa o razziale (...) nelle sedi olimpiche» (art. 3.2 del Capitolo I).
Ma poco importa che il bacio sia solo «un'espressione di gioia per la vittoria e nient'altro». Il punto è che quel gesto corona un'edizione dei Mondiali di atletica intrisa di politica.

La corsa a dimostrare l'apoliticità dell'effusione ne conferma l'importanza; a priori delle intenzioni, infatti, quel bacio è arrivato sul podio dal quale le due atlete russe stavano onorando la madre patria con due ori. E non si può non pensare ai pugni alzati dei velocisti Tommie Smith e John Carlos sul podio delle Olimpiadi del 1968. Quando lo sport si carica del peso delle battaglie politiche è impossibile far finta di nulla.

Le foto di quel bacio, paradossalmente, sono valse più delle petizioni online per fermare la legge russa contro la «propaganda gay». Ma anche più dei Gay Pride, delle prese di posizione di Madonna e, addirittura, più del minacciato ritiro di alcune delegazioni dai Mondiali.
E se anche la condizione degli omosessuali in Russia non cambierà per un bacio, questi giorni sono serviti a ricordare a Putin e al Governo russo che il mondo sa e osserva.

Non è certo un caso che Elena Isimbaeva, altra atleta russa, si sia dovuta rimangiare le sue dichiarazioni omofobe («in Russia siamo normali, gli uomini con le donne e le donne con gli uomini») per non perdere la faccia a livello internazionale. La metà di popolazione russa convinta che l'omosessualità sia una malattia, infatti, non basta a colmare la distanza con quell'Occidente che ha fatto proprie tutt'altre convinzioni. Un Occidente con cui, però, la Russia di Putin non può non confrontarsi.

Intanto, le unghie arcobaleno della saltatrice svedese Emma Green e l'oro di Nick Symmonds «dedicato agli amici gay» colpiscono nel segno, portando la rivendicazione politica oltre il campo del normale scontro ideologico. E nello spazio dell'agone sportivo l'assurdità della discriminazione è messa a nudo perché costretta a confrontarsi con l'innocenza di quei gesti che vorrebbe reprimere. È facile, infatti, usare la forza per mettere a tacere le Pussy Riot o le Femen. Ma davanti a un bacio in mondovisione la forza non serve a nulla: far valere la legge anti-gay significherebbe riconoscere il dissenso interno e attaccare quegli eroi olimpici che fino a un attimo prima sono stati motivo di vanto nazionalistico.

È questo un problema con cui devono fare i conti il presidente Putin e il Ministro dello Sport Vitalj Mutko, che si preparano ad accogliere le Olimpiadi invernali a Sochi il prossimo febbraio. I giochi olimpici, infatti, riporteranno il mondo in casa russa: quanti baci si dovranno censurare?

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