L'Opinabile

5 Settembre Set 2013 1917 05 settembre 2013

Se a scuola non si boccia più

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Secondo il Ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza non ha senso bocciare. O meglio, si dovrebbe bocciare «solo in casi estremi». Molto meglio selezionare gli studenti all'ingresso, durante i periodi di orientamento.
La proposta accennata dall'ex Rettore della Scuola Superiore Sant'Anna nasce più da questioni economiche che didattiche. Come in altre parti d'Europa, infatti, anche in Italia si cercano soluzioni alternative perché bocciare costa. L'istruzione pesa sulle casse dello Stato e ogni studente ripetente grava sul Bilancio per 8mila euro in più.

Tuttavia, se è vero che bocciare costa, anche i test d'ingresso non sono economici. E la cronaca di questi ultimi anni ha raccontato di più di un caso di inefficienza. Basti ricordare il test universitario di accesso a medicina in cui si chiedevano i gusti della «grattachecca di Sora Maria» («pure un coglione lo sa» aveva detto il rettore della Sapienza Luigi Frati). Ma anche le critiche degli insegnanti alle prove Invalsi per gli studenti delle medie, con assurde domande «fuori programma» e che aggiungono lavoro non pagato per il corpo docente.
Senza contare, poi, che una valutazione che arriva alla fine di un percorso è sicuramente più approfondita di un asettico quizzone che in un giorno decide delle sorti di uno studente.

Altra questione da chiarire, poi, è a che grado di istruzione porre il test d'ingresso. Di certo i test d'ammissione possono andare bene per un istituto d'eccellenza come quello diretto in passato dal Ministro Carrozza. E sono indispensabili in alcune facoltà universitarie. Ma sono casi in cui la riduzione del numero di iscritti è strumentale: non ci sono spazi sufficienti, ad esempio, per garantire l'accesso all'Università per tutti gli aspiranti medici. Questi, infatti, a differenza dei colleghi di giurisprudenza o lettere (comunque tanti) hanno frequenza obbligatoria alle lezioni. Si seleziona , quindi, per permettere a chi passa di accedere ai servizi indispensabili per la propria formazione (laboratori, tutor, aule). La scuola dell'obbligo, però, deve esserci per tutti fino ai 16 anni (per le riforme prima Berlinguer e poi Fioroni), ovvero tre anni dopo l'accesso alle medie superiori.

Una selezione potrebbe arrivare una volta superata la soglia dell'obbligo scolastico. In Finlandia, a cui guardano i sostenitori del Ministro, ma anche in Danimarca, Norvegia, Regno Unito, Svezia, Grecia, si promuove automaticamente fino, appunto, ai 16 anni. Ma se il blocco funziona per le scuole finlandesi, che vanta il miglior sistema scolastico del mondo (secondo l'Education Index stilato dall'ONU), non è detto che funzioni ovunque. Tanto per cominciare, infatti, il sistema finlandese non è assimilabile al nostro ed è strutturato per prevedere un accompagnamento dello studente. Un monitoraggio che può permettere il recupero delle lacune per ben nove anni di istruzione primaria (dai 7 ai 16).

In Italia un sistema del genere non esiste e trapiantare uno stop indiscriminato delle bocciature rischia di abbassare il livello di preparazione degli studenti. D'altronde non si fa ripetere l'anno per punire ma per permettere di recuperare. Impedire la bocciatura, invece, significa obbligare lo studente ad arrancare per un altro anno anche se non riesce a tenere il passo. È sulla comprensione dello strumento che il Miur dovrebbe investire. Se gli studenti, infatti, vedono la bocciatura come una punizione d'altri tempi è anche perché alle spalle ci sono famiglie che pretendono la promozione dei figli.

Certo, ha ragione Maria Chiara Carrozza a porre il problema della dispersione scolastica. Un'emergenza italiana che è innegabilmente legata alle bocciature: è più facile, infatti, che abbandoni gli studi uno studente rimandato rispetto a uno che prosegue senza intoppi. Ma se proprio si vuole guardare ai sistemi europei, la stessa virtuosa Finlandia, dopo i già citati nove anni di formazione primaria, limita a due soli percorsi (uno professionalizzante e uno di proseguimento negli studi) la scelta per gli studenti che abbiano raggiunto il termine dell'obbligo scolastico. In Italia, invece, a 13 anni lo studente si trova a dover scegliere tra 10 tipologie di istituti e 31 indirizzi. E non è da escludere che il bulimico proliferare di percorsi di formazione sia una delle cause dell'alto tasso di abbandono. È facile avere difficoltà negli studi se si sbaglia indirizzo e un'eccessiva diversificazione può creare molta confusione.

La strada da seguire, guardando all'Europa, potrebbe essere quella del sostegno degli studenti nel proseguimento degli studi (con corsi di recupero pomeridiani strutturati lungo l'intero anno scolastico ma anche finanziando le sempre più scarne borse di studio) e della semplificazione nella scelta del proprio percorso di formazione (meno corsi e una revisione degli indirizzi professionalizzanti). Tutte cose che si potrebbero fare investendo sull'istruzione piuttosto che preoccuparsi di non spendere 8mila euro in più. Se infatti l'obiettivo è il risparmio immediato e non sul lungo termine, allora tanto vale procedere con i tagli lineari. Se invece quello a cui si mira è una riduzione dell'impatto economico e sociale legato alle bocciature e all'alto tasso di abbandono degli studi bisogna investire sulla pubblica istruzione per garantire un servizio davvero efficiente.

Proprio come, guarda caso, si fa in Finlandia. Solo dopo aver investito sul sistema scolastico italiano per garantirne l'efficienza si potrà ragionare sul blocco delle bocciature. Il rischio, altrimenti, è di produrre una generazione di diplomati e laureati privi di un adeguato livello di istruzione. L'obiettivo degli studenti che entrano nelle nostre scuole, infatti, a differenza di quello che dice il Ministro, non può essere solo «uscirne vincitori con un diploma». Bisogna vedere anche come si esce.

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