L'Opinabile

12 Settembre Set 2013 1040 12 settembre 2013

Olimpiadi, cosa è cambiato dall'ultimo no?

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Come accade ciclicamente, si torna a parlare di una candidatura italiana per ospitare le Olimpiadi. E, come da copione, va in scena la solita bagarre sulla città da eleggere porta bandiera. Gli elementi sono sempre gli stessi: un po' di campanilismo, antiche rivalità, sogni di gloria e il miraggio del rilancio economico. Tutta la politica vi prende parte, da destra a sinistra. Altro che larghe intese.
Eppure era il 14 febbraio 2012 quando, in conferenza stampa, l'ex premier Mario Monti bollava come «irresponsabile» la candidatura di Roma e Milano a città ospiti della trentaduesima edizione dei Giochi Olimpici. Il capo del Governo tecnico poneva fine, così, al sogno olimpico di un'Italia che dopo cinquant'anni voleva tornare a ospitare la più grande manifestazione sportiva del mondo.

È passato poco più di un anno da quella discussa decisione ma rieccoci al punto di partenza: l'orizzonte è il 2024 (non più il 2020), le città le stesse. Per quanto riguarda l'esito, invece, bisogna guardare alle ragioni del no di Monti e chiedersi se nel frattempo è cambiato qualcosa.
La risposta, apparentemente, è scontata: no. Nel 2012, infatti, le ragioni che avevano spinto il Governo a ritirare la candidatura italiana erano due: la crisi economica in corso e, soprattutto, il confronto con le esperienze di Atene 2004 e Londra 2012. Se i Giochi ellenici, infatti, sono stati a più riprese indicati come una delle ragioni principali della crisi greca, nella City londinese i costi per la realizzazione delle strutture olimpiche si erano gonfiati fino a raggiungere il doppio di quanto preventivato.
A pesare sulla candidatura italiana, inoltre, era stata la rilevata carenza di strutture adeguate per ospitare le gare olimpiche. A un anno di distanza cosa è cambiato? Cosa giustifica oggi la candidatura che pochi mesi fa sembrava impensabile?

La situazione economica è, sì, cambiata ma non sensibilmente né abbastanza da giustificare una scommessa sul lungo periodo. Ma alle criticità del presente periodo storico-economico, si aggiungono quelle più strutturali. Come rilevato dalla CGIA di Mestre nel luglio 2012, infatti, i costi di realizzazione delle grandi opere pubbliche subiscono in media un rincaro del 40% a causa degli effetti della corruzione.
Senza contare, poi, che in questo anno e mezzo non si è investito in nuove strutture sportive.
Ma qualcosa, in realtà, è cambiato davvero: il Governo. Dai tecnici siamo passati ai politici, per quanto si tratti di larghe intese. E il binomio politica-grandi eventi, si sa, è inossidabile.

Quello che sorprende però è la formazione dello schieramento pro Olimpiadi. Se l'anno scorso, infatti, lo stop di Monti riceveva il plauso del Partito Democratico e della Lega, oggi sono proprio questi due partiti a lanciare le due candidature in parallelo. Per il Pd è il sindaco di Roma Ignazio Marino a ipotizzare la candidatura capitolina. A nord, invece, è il leghista Maroni a scaldare i motori di una ipotizzata alternativa milanese, con l'intento non insensato di attingere al patrimonio di costruzioni in via di realizzazione per Expo e altrimenti a rischio abbandono dopo l'appuntamento del 2015. Si capisce, entrambi si sono da poco insediati e sentono l'esigenza di lasciare il segno; il primo ha sostituito Gianni Alemanno al Campidoglio, mentre il secondo è da febbraio alla guida della Lombardia. Proprio perché non più fresco d'elezione, invece, è più cauto il sindaco di Milano Pisapia, che però sta accarezzando l'ipotesi di una candidatura in ticket con la capitale.

Ed è proprio quest'ultimo, forse, l'elemento più particolare e innovativo di questa nuova candidatura italiana. Le Olimpiadi in coppia, magari con la possibilità di sfruttare l'appuntamento con Expo 2015 come vetrina per sponsorizzare l'edizione italiana dei Giochi. Eppure l'esperienza dell'Esposizione universale dimostra come in Italia sia difficile fare sistema. Milano, infatti, sta soffrendo le conseguenze di un male tutto italiano: non sembriamo in grado di guardare a questi appuntamenti come a qualcosa che supera i confini cittadini coinvolgendo l'intero Paese. L'Expo di Milano è stato considerato, fino al cambio di rotta del Governo Letta, come un affare milanese e non come un'occasione per tutta l'Italia. E come possiamo pensare, quindi, di organizzare addirittura un'Olimpiade in condivisione? Senza contare, poi, che ai campanilismi si aggiungono ragioni politiche: se, infatti, è facile pensare a una collaborazione tra Pisapia e Marino, non è altrettanto scontata la collaborazione con Maroni.

A tutto questo, infine, si aggiunge un'ulteriore valutazione, questa volta più storica. Galvanizzati dall'ipotesi della doppia candidatura che ha ridato slancio al «sogno olimpico» interrotto nel 2012, i pro Olimpiadi non si sono accorti che la loro idea è tutt'altro che nuova.
Per trovare un precedente basta andare all'ottobre 2009, quando il Comitato olimpico internazionale ufficializzava la bocciatura della doppia candidatura delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Una candidatura, quella delle due città colpite dalle due bombe nucleari americane alla fine della seconda guerra mondiale, che il Cio aveva scartato senza neanche aprire il relativo fascicolo o analizzarne il progetto. Gilbert Felli, direttore esecutivo del Comitato, si era limitato a consigliare al Giappone di presentare una candidatura unica perché, semplicemente, «non possono essere prese in considerazione candidature congiunte, ma solo quelle di singole città». Il Giappone, allora, diede retta al Cio e alla fine presentò la candidatura di Tokyo, selezionata poi per ospitare le Olimpiadi del 2020.

Forse, seguendo l'esempio che viene dal Giappone, cioè concentrando le proprie forze su una candidatura forte della Capitale, anche l'Italia potrebbe avere qualche speranza.
Ora, però, la priorità deve essere l'appuntamento con Expo 2015, un primo vero banco di prova per tutto il Paese. Perché se è destino che l'Italia torni a ospitare le Olimpiadi non è da escludere che ci riesca anche e soprattutto grazie all'Esposizione internazionale. Ma manca solo un anno e c'è ancora molto da fare.

@FraZaffarano

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