L'Opinabile

15 Settembre Set 2013 0002 15 settembre 2013

La Val Susa che va a fuoco

  • ...

Renzo Pinard, sindaco di Chiomonte, non usa mezzi termini per descrivere il susseguirsi di attentati firmati No Tav in Val Susa: «Questa è mafia». Potrebbe venire il dubbio che le parole del primo cittadino della località, diventata celebre per gli scontri attorno alla Torino-Lione, siano dettate dal suo essere favorevole all'opera. Ma guardando alla vicenda dell'imprenditore Ferdinando Lazzaro si nota, quantomeno, una certa somiglianza con le rappresaglie di stampo mafioso: l'11 settembre alle 23 il costruttore valsusino, intervistato da Nicola Porro su Rai 2, racconta degli atti intimidatori, tra cui l'incendio di alcuni mezzi, subiti quando lavorava alla Tav; due ore dopo scoppia un incendio doloso in una cava gestita proprio dalla Italcoge di Lazzaro.
L'attentato è il tredicesimo registrato nella zona a partire da luglio. E questa volta l'obiettivo è un'impresa che non opera neanche più nei cantieri della Tav.

La parola emergenza, in Val di Susa, è quasi un eufemismo: l'altro giorno il presidente dell'Osservatorio sulla Torino-Lione, Mario Virani, ha avanzato al Presidente della Repubblica Napolitano la proposta (già accolta dai Ministri degli Interni Alfano e delle Infrastrutture Lupi) di allargare il fondo per i risarcimenti alle vittime della criminalità organizzata alle imprese impegnate nella realizzazione delle grandi opere di interesse pubblico.
Nelle stesse ore, poi, è arrivata alla redazione della Stampa una lettera firmata da ventidue sindaci valligiani, dichiaratamente contrari alla Tav, in cui si esprime una forte condanna nei confronti di «ogni atto di violenza, intimidazione e vandalismo». Il problema c'è e non lo sentono solo gli imprenditori e i 130 operai direttamente coinvolti. Non a caso, infatti, la magistratura torinese, dopo gli scontri dello scorso 10 luglio, aveva già ordinato alcune perquisizioni e inviato dodici avvisi di garanzia a esponenti di centri sociali connessi al movimento No Tav. L'accusa è di attentato con finalità terroristiche o di eversione.

Pare evidente, ormai, che parte del movimento No Tav è passato dalla protesta alla rappresaglia violenta. Anzi, per essere precisi si dovrebbe dire che la violenza si è sostituita alla protesta. In un Paese democratico, infatti, la protesta, intesa come manifestazione di dissenso, non prevede atti violenti che ledono i diritti degli altri cittadini. In quei casi si va oltre i limiti della democrazia e non basta nascondersi dietro le ragioni della difesa del proprio territorio.

E anche se c'è chi è convinto, come lo scrittore Erri De Luca, che «in Val di Susa le parole non bastano», di vie per far valere le proprie ragioni ne esistono diverse: dai tavoli di confronto, come quelli invocati dai ventidue sindaci firmatari della lettera alla Stampa, alle manifestazioni e alle raccolte firme.
Ma questi sono modi per esprimere un pensiero. Dando fuoco ai container e alle gru, invece, si dimostra non di voler manifestare il proprio dissenso ma di non accettare una risposta negativa. Il tutto senza fermarsi a riflettere su quanti frutti abbia portato la violenza e quanti, invece, il civile confronto. Come la modifica del tracciato dell'alta velocità nel 2006.

In Val di Susa, insomma, ci sono persone che hanno smesso di combattere per qualcosa, ovvero la propria idea e il proprio obiettivo, e hanno cominciato a combattere contro qualcuno, ovvero chi non la pensa come loro. Più che mafia, una guerra civile che si sente libera di dilagare nel silenzio di una parte troppo ampia delle istituzioni.

@FraZaffarano

Correlati