L'Opinabile

8 Ottobre Ott 2013 1328 08 ottobre 2013

Del Porcellum non si butta via niente

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Le opinioni di Anna Finocchiaro e Roberto Giachetti sulla riforma elettorale sono come due rette parallele: non si incontrano mai.
Da una parte c'è l'onorevole renziano, che annuncia un nuovo digiuno contro il Porcellum, perché convinto che la legge elettorale debba garantire che «chi ha vinto le elezioni governi per cinque anni e chi ha perso stia all'opposizione per cinque anni», oltre a «permettere agli elettori di scegliere i propri rappresentanti». Dall'altra, invece, c'è la presidente della commissione Affari costituzionali del Senato che si batte per «approvare una legge che sia condivisa il più possibile».


La strada maestra della Finocchiaro non sembra incrociarsi neanche per sbaglio con quella del compagno di partito, per il quale basterebbe un ritorno alla legge Mattarella, il maggioritario basato sul sistema dei collegi uninominali e corretto con un quarto dei seggi assegnati su base proporzionale: peccato che la proposta di ritorno al vecchio sistema elettorale avanzata da Giachetti sia stata respinta lo scorso 29 maggio (favorevoli solo Sel, M5S e lo stesso Giachetti).

La senatrice siciliana, invece, preferisce il confronto con gli alleati di governo. Un confronto che potrebbe produrre una convergenza su una legge elettorale basata sul cosiddetto modello ispano-tedesco, o tedesco corretto, che già oggi potrebbe essere portato in commissione Affari costituzionali dai relatori Lo Moro (Pd) e Bruno (Pdl): piccoli collegi elettorali con mini liste bloccate, soglia di sbarramento più alta (probabilmente al 5% come in Germania) e premio di maggioranza su base nazionale al Senato e sopra al 40-45% alla Camera. La parola chiave è stabilità, sicuramente non novità. Una proposta simile, infatti, era già stata avanzata nel febbraio del 2012. I risultati si sono visti e alle ultime elezioni abbiamo votato ancora con il Porcellum. Ma chi può dirlo, forse questa volta i tre partiti di governo porteranno a casa la partita.

‪Eppure la proposta di Lo Moro e Bruno sembra contrastare con la "bozza Violante", che rappresenta la più timida applicazione di quanto l'assemblea del Pd aveva indicato come la propria opzione principale, ovvero il doppio turno alla francese‬.

Si lamenta la Finocchiaro: «il Pdl ci ha detto no a qualunque tipo di doppio turno, di collegio o di coalizione». Peccato, però, che la senatrice, impegnata a trovare la quadra con Pdl e Scelta civica, non si sia accorta che l'ipotesi ispano-tedesca sembri più che altro un ritorno al proporzionale con liste bloccate. Quelle stesse liste bloccate introdotte dalla legge Calderoli che, come si suol dire, escono dalla porta ma rientrano dalla finestra. Il modello ispano-tedesco, infatti, le mantiene riducendole e legandole a collegi elettorali di dimensioni ridotte: si dice che, così, si riaffermerà il principio della riconoscibilità dei candidati da parte degli elettori. In questo modo, infatti, non converrà candidare un torinese in Sicilia assecondando calcoli interni ai partiti. Ma resta il fatto che così facendo comunque si costringe l'elettore a esprimere un voto solo sui partiti e non sui candidati. E quindi un posticino in qualche mini-lista potrebbe trovarlo ancora un Gianstefano Frigerio, candidato a Bari nel 2001 con Forza Italia perché a Milano tutti lo ricordavano indagato nell'ambito di Mani Pulite.

Così il Pd non solo sacrifica il principio del doppio turno sull'altare delle larghe intese accettando ancora una volta il semplice premio di maggioranza, per quanto modificato; ma abbandona per strada anche il diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti sostituendo ai listoni i listini e lasciandone comunque la composizione in mano alle segreterie dei partiti. Non è chiaro poi perché, se da una parte si punta ad avere una maggioranza chiara al Senato, dall'altra si introduce una soglia di sbarramento alta in piccoli collegi (dove fisiologicamente i voti dovrebbero concentrarsi sui candidati forti a danno dei partiti minori), che sembra essere senza senso a meno che non si ipotizzi per i voti dispersi un recupero a livello regionale o nazionale, che rigetterebbe il Parlamento nel caos della frammentazione. Nè tantomeno si capisce se, come già avviene, i candidati potranno continuare a presentarsi in più collegi contemporaneamente (come nel caso di Berlusconi, che alle ultime elezioni era capolista in ogni circoscrizione).
Insomma, per ora pare che del Porcellum non si butti via niente.

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