L'Opinabile

12 Ottobre Ott 2013 1307 12 ottobre 2013

L'Europa immobile tra Frontex e Eurosur

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È l'ennesima tragedia nel Canale di Sicilia, ormai un'enorme cimitero che inghiotte ogni anno centinaia di disperati che cercano di raggiungere le coste mediterranee per scappare da guerre, povertà e miseria. Ma soprattutto, dopo il disastro di Lampedusa della scorsa settimana in cui hanno perso la vita 339 persone, è il segnale d'allarme lanciato all'Europa, l'ultimo di una serie di cui ormai non si ricorda più l'inizio, affinché qualcosa nel vecchio continente cominci finalmente a muoversi. Perché, come rispondeva ieri Giusy Nicolini, sindaco di Lampedusa, a chi la interpellava, «non possiamo continuare a raccogliere morti, dobbiamo fermare questa carneficina».

Gli occhi e gli appelli sono tutti rivolti all'Unione europea, alla quale il Governo di Roma imputa un immobilismo che costringe i Paesi affacciati sul Mediterraneo ad affrontare l'emergenza in completa solitudine. Non che non esistano strumenti per far fronte all'emergenza. Il punto è capire quanto questi strumenti siano efficaci e quanto, invece, rimangano impigliati nel groviglio di politiche nazionali contrastanti dei diversi Stati dell'Unione.
Come Frontex, l'agenzia europea incaricata della gestione della cooperazione internazionale dei Paesi europei alle frontiere esterne. Un'organizzazione che opera non solo sul fronte degli sbarchi sulle coste italiane, francesi e greche, ma anche sui confini con l'est Europa o per bloccare i flussi migratori che interessano le coste del nord della Germania e i Paesi Scandinavi.

Come si è visto lo scorso agosto, però, quando Malta ha respinto il barcone che trasportava 102 migranti accolti poi dall'Italia, il lavoro di coordinamento di Frontex si scontra con le resistenze e i diversi ordinamenti nazionali. Non è un caso, infatti, che l'attivismo maltese di ieri abbia destato l'attenzione internazionale. Più volte in passato, del resto, La Valletta era stata oggetto di critiche per le sue politiche di respingimenti. Ma la collaborazione di ieri non risolve quello che è un problema di tutta l'Unione Europea. Frontex non può essere uno strumento efficace senza un'unico ordinamento di riferimento per tutti i Paesi europei.

La commissaria Ue agli Affari interni Cecilia Malmström ha porposto, a questo proposito, il rafforzamento di Frontex, comprendendo nei suoi compiti anche la ricerca e il salvataggio («search and rescue») dei migranti in condizioni di pericolo. Ma a opporsi a questa eventualità, pare, sono stati proprio i rappresentanti di Italia, Spagna, Francia, Malta e Grecia. I cinque Paesi, infatti, sono convinti che sui problemi legati all'immigrazione ci sia già una sufficiente legislazione internazionale. Una posizione difficile da comprendere se raffrontata alle parole del premier Letta che più volte ha sostenuto l'urgenza di un intervento dell'Ue a sostegno dei Paesi che per ragioni geografiche si trovano a dover sostenere un flusso migratorio superiore a quello degli altri membri dell'Unione.

Lo scorso 10 ottobre, intanto, l'Ue ha approvato un nuovo programma di sicurezza e controllo delle coste mediterranee, l'Eurosur, che a partire dal 2 dicembre (nel frattempo tutto rimarrà com'è alla faccia dell'emergenza) dovrebbe facilitare lo scambio di informazioni e la cooperazione internazionale. «Così facendo – dice Cecilia Malmström – avremo non solo più possibilità di prevenire reati transfrontalieri quali il traffico di droga e la tratta di esseri umani, ma sarà anche più facile individuare le piccole imbarcazioni di migranti in pericolo e fornire loro assistenza». Peccato che questo sia solo uno strumento avanzato nelle mani di Paesi che non riescono ad accordarsi su come utilizzarlo, limitandosi a sostenere una politica volta più alla protezione delle coste che all'aiuto umanitario. E lo scenario che viene così a comporsi è espresso con inquietante chiarezza dall'eurodeputata tedesca Cornelia Ernst: «Eurosur permetterà di vedere prima e in diretta dal satellite come affondano i gusci di noce pieni di profughi».

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