L'Opinabile

12 Febbraio Feb 2014 2035 12 febbraio 2014

Parliamone: Baricco alla Cultura

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In attesa dello «streaming a viso aperto» di domani, potremmo ingannare il tempo affrontando uno degli hot topic di questo ordinario pomeriggio di crisi di governo: Alessandro Baricco in pole position per il Ministero dei Beni Culturali.

Sebbene si parli solo di toto Ministri, gioco in voga sui quotidiani e tendenzialmente attendibile quanto il toto Papa e il toto Quirinale (notoriamente meno azzeccati degli oroscopi, come l'anno appena passato ha ampiamente dimostrato), sull'immancabile Twitter si è aperta la gara al cinguettio più sagace, con opzione tra l'ironico e l'apocalittico. Stavo per cascarci anche io, lo ammetto. Avrei optato per l'ironico ma poi ho preferito rimuginarci su. E sono giunto alla conclusione che tutto sommato l'ipotesi Baricco va capita (che non vuol dire per forza approvata). Mi spiego.

Il presupposto è che non c'è da stupirsi se si è fatto il suo nome: capita non di rado che i ministri siano scelti per motivi, diciamo, di immagine. Non perché abbiano promosso o promettano di promuovere particolari politiche. Tant'è vero che per lo stesso Ministero, sempre oggi, è girato anche il nome di Paolo Mieli. Ma perché, poi, quando ci si strappa le vesti per «fare largo ai giovani» non si asseconda in parte una logica di immagine? Dico un'ovvietà: essere giovane non rientra nel novero delle capacità politiche. Lo stesso vale per l'essere un personaggio culturalmente rilevante. Liberi da pregiudizi, si può anche accettare che un ministro scelto per ragioni di immagine non debba essere per forza un cattivo ministro.

Se proprio vogliamo preoccupari delle politiche culturali di un ipotetico governo Renzi, pensiamo al capo di quell'ipotetico governo. Fino ad ora, infatti, il segretario del Pd non ha parlato di cultura neanche sotto tortura. A dimostrazione, provate a cercare nel suo programma per le scorse primarie (che trovate qui) la parola 'cultura': compare due volte, nessuna delle quali in riferimento a politiche di tutela o sviluppo del nostro patrimonio artistico e culturale.

Insomma, non illudiamoci che scegliendo un ministro dal profilo culturale più alto cambi davvero qualcosa. In generale, avere nomi importanti e di spicco serve a poco. Basti pensare ai nomi illustri che si sono susseguiti negli anni all'Economia e al Lavoro (da vedere, per un ripassino, il servizio di Vicsia Portel per Ballarò) senza portare a casa risultati travolgenti. Speriamo, piuttosto, che il governo che avremo domani si ricordi che, con buona pace di Tremonti, con la cultura ci abbiamo mangiato per anni e sarebbe il caso di ricominciare a farlo.

[Postilla: la premessa di base è che ritenendomi una persona mediamente acculturata, a torto o a ragione, e non avendo mai letto un libro di Baricco, mi sento legittimato a pensare che i libri di Baricco siano culturalmente scadenti. Ciò non toglie che potrei anche sbagliarmi. Ops!]

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