Lost in Dolcetto

21 Ottobre Ott 2013 1312 21 ottobre 2013

London Film Fest, tra un biopic e l'altro spunta "Abuse of Weakness" della Breillat

  • ...



Entro in sala colma di aspettative (un mio errore classico) per il primo film della giornata e questo è il risultato. Per fortuna arriveranno altre pellicole a tirarmi sù, anche se la coda dello scorpione colpirà... nel pomeriggio per farmi uscire con il veleno nello stomaco.

See You Next Tuesday. In testa frullano parecchie cose: arti figurative anni '70, nuove avanguardie sonore e pittoriche, il design in piena evoluzione, Camden Town, eccentricità brit fini a se stesse, cattivo gusto, slang cockney e disagio esistenziale. Direi di tutto questo minestrone, l'ultimo topic è l'unico messo in scena con dovizia di particolari nel film di Drew Tobia, senza risparmiare lo spettatore da grand guignol intestinali. Vediamo Mona, ragazza piena di problemi personali e famigliari, cresciuta nella provincia americana, anche se avrei giurato quella che si vede fosse UK, in procinto di mettere al mondo un bambino, assolutamente impreparata a questo evento che sconvolgerà la sua vita, ma in realtà impreparata ad affrontare qualsiasi ostacolo, incidente la vita le ponga davanti. Si capisce dopo una decina di minuti che Mona, al di là di qualche intemperanza caratteriale, è prossima al collasso e avrebbe bisogno al più presto di un consulto psicologico. Certo, se guardiamo al suo gruppo famigliare... La madre è una alcolizzata che frequenta gli alcolisti anonimi ma non è ancora in grado di badare a se stessa. La sorella Jordan è una lesbica volgarissima che appena la fidanzata si gira dall'altra parte - probabilmente l'unica persona di buon senso dell'orribile quartetto - ci prova con la prima venuta. Ogni parete, oggetto, persona di questo film trasuda di malessere, vomito, criticità. Come può sperare di salvarsi Mona? Il crollo per lei è dietro l'angolo, sola al mondo, schivata da tutti, incapace di tenersi un lavoro, disintegrata nella visione che ha di se stessa. L'idea che possa mettere al mondo una creatura ti fa venir voglia di gridare:"Nooo! fermatela". Volevo uscire da questa storia border-line, ma per quel senso di affezione che mi impedisce di abbandonare la sala prima della fine del film sono rimasta. Inaspettatamente la regista riesce a risollevare le sorti della pellicola nel finale, ma il massimo a cui può tendere è il ritratto sconquassato di una famiglia di donne in un interno, con abbondanza di particolari weird da cucina di un fast food di infima categoria, alle 11 di sera.


The Last Impresario.
Nella Londra degli anni Settanta si aggirava un personaggio, amico di tutti, il partyboy, bon vivant, a cui guarda caso toccava di fare l'impresario di spettacolo. Un bel lavoro, a contatto con le star, il glamour nascente, i capricci e i lazzi delle cantanti e delle  modelle di turno, tra cui una acerba Kate Moss. E' stato Michael White, The Last Impresario, a scoprirla e nel film vediamo la Moss, neo editor a Vogue UK, ringraziare il primo dei suoi numerosi pigmalioni. White ha portato al successo il Musical "Rocky Horror Picture Show", i Monty Python, ha fatto conoscere Pina Bausch agli inglesi. Poi il contatto con il mondo del cinema al top, lo vediamo in compagnia di Liz Taylor, del clan Douglas, al Festival di Cannes, re delle feste della Cote d'Azur. Che c'è di strano per un impresario? Che Michael sia timido. Anche ora da anziano che ne ha viste di ogni e potrebbe scrivere un memoir da favola, non ci si mette perché è pigro, ma curioso, e ama veramente conoscere le persone. Ha un ottimo rapporto con loro. Premesso che a me White sta antipatico per tutto il film, ammetto la bontà del progetto di andare alla riscoperta di un personaggio che sta dietro le quinte e donarlo al pubblico, ma più di questo rimane un esercizio di stile rivolto agli addetti ai lavori.


Good Ol' Freda.
Questo sì che è un biopic. Coinvolgente, umano, appassionante, di una segretaria negli anni Sessanta. Una qualsiasi segretaria della downtown Liverpool, per attitudine e riservatezza professionale, non fosse che le è toccato di essere quella dei... Beatles. Pensiamo anche all'epoca in cui le è toccato di vivere e operare, il fenomeno della Swinging London, la musica in piena trasformazione, in grado finalmente di raggiungere chiunque, fino ai ceti più bassi. Freda Kelly è rimasta vicino ai fab four per 11 anni, dei quali ricorda la dolcezza e l'intelligenza di Paul, il genio di John, la profondità di sguardo di George, i sad eyes di Ringo. Era lei, a capo di un manipolo di nuove, rampanti segretarie ragazzine, a smistare la mole di 3mila lettere al giorno ricevute dai suoi datori di lavoro. Una signora simpatica, paciosa e piuttosto in disarmo sul divano di casa, la Freda di ora, racconta quegli anni irripetibili, tra un senso di nostalgia, riconoscenza, ma lieta di ciò che le ha dato la vita. Se ne è venuta via quando ha capito che gli anni migliori le stavano scivolando tra le dita, si è maritata e ha figliato. Godd Ol' Freda, così si fa, le direbbe l'amica di Debra Winger in "Ufficiale e gentiluomo".

Abuse of Weakness. Vediamo Isabelle Huppert in scena, ma è Catherine Breillat, regista e sceneggiatrice, l'alter ego che manovra gesti, sguardi e intime sensazioni della Huppert, dalla degenza in ospedale alla lenta, nervosa, difficile riabilitazione. Nel decennio scorso, Breillat rimase vittima di un ictus, che la portò prima all'incoscienza e poi a una semiparalisi. Per una donna intelligente e in carriera come lei, un colpo durissimo da superare. Decise, lei che poteva, di trarne un libro. Poi dal libro è passata al film. Fra gli incontri che le capitò di avere durante la "malattia", ci fu quello con un ex carcerato, noto come il truffatore degli attori. Un bandito, molto conosciuto in Francia e sulla notizia, all'epoca. Alla Breillat piaceva molto e decise di utilizzarlo per il prossimo film, in preparazione. Peccato che quest'uomo, in apparenza attratto da lei e riconoscente per il buon trattamento ricevuto, si sia preso gioco della donna in linea con il criminale che era sempre stato, e le abbia spillato negli anni fior di quattrini, profittando dello stato di debolezza in cui versava la regista. Ecco il tema del film. Credere alle bugie, farsi abbindolare da un carnefice con la faccia da gentiluomo e permettere che entri nella propria vita per privarci di tutto, della nostra capacità di intendere e di volere, di condurci in uno stato di totale sottomissione psicologica. Com'è possibile? Mi ha affascinato questo. Finalmente un tema su cui riflettere, molto attuale.































































































































































































































Correlati