Lost in Dolcetto

4 Novembre Nov 2013 1024 04 novembre 2013

Nuovo cinema incerto, "Gloria" e "The Fifth Estate"

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Sto vincendo una paura atavica che mi trascino fin dall'infanzia, cioè da quando ho cominciato a guardare i film. Parlarne male. Non vorrei mai. Causa di questo timor panico il convincimento che, anche il film venuto peggio da un punto di vista estetico, nasconda un valore storico, documentario, artistico, morale. Da qui l'ostinazione nel rimanere in sala fino ai titoli di coda, anche se il film è biologicamente impossibile da sopportare, la tenacia nel salvare l'insalvabile, agli occhi di persone (grette, grettissime!!!!!, mi scuseranno) che dei film vedono solo l'atto finale. La trasposizione ultima sul grande schermo. Senza considerare lo sforzo che c'è dietro.Nel tentativo fallito in partenza, e non può che essere così, di scrivere di tutta la celluloide del mondo, che gronda nelle nostre sale, provo a concentrarmi su quell'1% a cui riesco ad arrivare.

Oggi parlo di Gloria di Sebastian Lelio e The Fifth Estate di Bill Condon.

Non che i due film appartengano alla categoria qui sopra, tutt'altro. Avercene, cioè... Tuttavia celano lacune di narrazione profonde, soprattutto il secondo, e una captatio benevolentiae, il primo, che non mi convince.

Partiamo da Gloria, premiato per la miglior attrice (bravissima Paulina Garcia) a Berlino e ora nelle sale italiane dove sta mietendo grandi successi grazie al passaparola. Una signora sui 50 che porta sul viso piacente i segni della vita, i dolori, le gioie, le inevitabili difficoltà da affrontare e un divorzio, dedica due tre sere la settimana ad andare in discoteca per ballare e, perché no, conoscere uomini con i quali flirtare e vivere qualche esperienza senza troppo impegno. In realtà, anche se arrivasse l'impegno a Gloria non dispiacerebbe. E' tutto tranne che codarda e rassegnata. I figli sono grandi e ha anche una bella nidiata di nipoti a renderla appagata. Tuttavia, le manca qualcosa: la compagnia di un uomo. Finalmente la trova, o pensa sia così. Lui è in disarmo, un po' come lei, separato (attenzione, non divorziato) e la conquista con quelle attenzioni che fanno tanto piacere alle donne. Compresa una gita fuori porta nel parco giochi di cui è titolare. Fino alla scoperta dell'amara verità. Una verità che riporta Gloria in un temporaneo sconforto, nella scorata disillusione che ormai convenga a lei deporre definitivamente le armi della conquista. Prima di rialzare la testa, ancora. Avvincente, commovente e bellissimo, nella sua energia vitale di cui trasuda la donna e che emana al pubblico superando la barriera del grande schermo, Gloria secondo me pecca di compiacimento nel rappresentare uno stereotipo di donna in età, ancora desiderosa di accompagnarsi agli uomini, che tra il vezzo di citare Tozzi e la sua rappresentazione iconografica (occhialoni, camicia di seta leggermente aperta, rughe e corpo cadenti), inciampa nella ruffianaggine che strappa l'applauso. D'altra parte è difficile riassumere una casistica abbondante in una immagine sola. Perciò Lelio alla fine ha fatto un buon lavoro. Certo, una scena in discoteca in meno, e un dialogo più introspettivo, io avrei preferito. Ma sarebbe stato un altro film. Funziona invece la messa in scena e l'ambiente che vira all'olivastro della inquinatissima Santiago (ma potrebbe essere un'altra megalopoli moderna) che definiscono lo scenario.

The Fifth Estate lo rincorrevo da Londra, ansiosa di vederlo come fosse una prima all'Odeon Leicester Sq. Quando sapevo che era già stato presentato giorni addietro. Finalmente entro in sala colma di aspettative, errore gravissimo! Come fai però a non averle? E' la storia di Julian Assange, dalla scoperta del suo talento ancora in fase rudimentale all'uscita dalla tana dei topi nella quale operava all'inizio fino alla costruzione del suo sistema di raccolta dati e pubblicazione di notizie, il WikiLeaks, trainando la narrazione fino allo scandalo prodotto in seno alla Casa Bianca, all'opinione pubblica mondiale, che non sa più se considerarlo un genio o un pazzo mitomane o entrambe le cose. Il vero Assange si è incazzato vedendo il film, dice che ne fa un ritratto da schizofrenico. Premesso che l'opera è prodotto da 01 e Dreamworks, il mainstream dell'industria di cinema americana, non è tanto quella la “colpa” del film di Condon. Assange, soprattutto nella ricostruzione attraverso i pannelli didascalici, viene riabilitato nella sua missione di informare il Pianeta di alcuni tra i principali abusi economici e politici perpetrati a suo danno dalle banche e dalle lobby politiche americane. La colpa è proprio narrativa, insita nella sceneggiatura, e cioè il non approfondire il personaggio se non attraverso la prospettiva offerta dal suo primo affiliato (l'antipaticissimo e stucchevole aiutante tedesco) e soprattutto il non aver creato il contesto biografico, storico e geografico nel quale si muove e opera il nostro. Benedict Cumberbatch è talmente potente da offuscare chiunque in scena – ma questo perché lui è così. Potrebbe recitare l'elenco del telefono donando a ogni numero una sfumatura diversa. Peccato che il film in alcune parti venga a mancare. Tragicamente. Come un soufflè che cade. Non si può ridurre Assange e WikiLeaks a poco più di una macchietta. Hanno una portata mediatica, ma soprattutto politica, storica e civile, enormemente più grande nell'enciclopedia dell'informazione e della conoscenza dell'informazione che viene somministrata all'opinione pubblica. Questa sì che è un'occasione mancata. E quegli stacchi romantici a metà film? OMG. Per fortuna le riprese nelle tre redazioni incrociate del Guardian, New York Times e Der Spiegel sono all'altezza della storia. Qualche “spiegone” in meno, forse... Benedict vola via presto, verso altri più gratificanti lidi per te.

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