Lost in Dolcetto

11 Febbraio Feb 2014 1926 11 febbraio 2014

Nymphomaniac, la lezione aperta di Lars Von Trier a Berlino

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Lara Maria Ferrari Un buco nero di alienazione. Di cupa disperazione. Così si apre Nymphomaniac Volume 1, Director's cut, che vediamo a Berlino fuori concorso (peccato!), primo capitolo di un'opera di Lars Von Trier, che nelle intenzioni del regista completa Antichrist e Melancholia, in un percorso di studio dell'autore danese sulla depressione. Già è come leggere una dichiarazione di Von Trier sul suo modo, metasemantico e privo di consolazione, di intendere il cinema. In quella tenda nera, satura di colore e di tutti i significati che possiamo trovare sul dolore che abita noi miseri esseri umani, troviamo allo stesso tempo una privazione, la ferita aperta, il buco propriamente detto e letterale che non culla, ma inghiotte e respinge, verso un esterno che ci rifiuta. Visto il dipanarsi della storia che ha al centro una donna ninfomane, buco e O, nella parola del titolo, sono aperti, longitudinali, come un taglio che non sarà mai rimarginato. Gronda acqua, la biografia di Joe (Stacy Martin, ragazza, e Charlotte Gainsbourg da grande). Una pioggia oppressiva e nervosa, fuori dall'appartamento di Seligman (Stellan Skarsgård) che accoglie una giovane donna sanguinante e ne ascolta il cammino sessuale, che poi combacia con quello esistenziale. Rintocchi paurosi accentuati dalla musica dei Ramnstein. Qualcuno ha fatto molto male alla donna. Chi? Un uomo? Lei stessa? Von Trier ci sfida. Come sempre, ma stavolta vediamo un sasso lanciato nello stagno che apre a risposte multiple, invece del solito approccio dittatoriale alla trama, agli interpreti. L'iniziazione sessuale di Joe avviene a casa, sfogliando il libro di anatomia del padre medico (Christian Slater. Ed è un piacere ritrovarlo, dopo tanti ruoli di azione. Ve lo ricordate, Adzo, nel Nome della Rosa?). L'acqua dell'inizio torna in bagno, nei giochi di fanciulla di Joe. Pulsione erotica primordiale, che cresce impetuosa in lei e la porta, spavalda e con un senso di colpa appena accennato, ad avvicinare i maschi. Sarà Jérôme il primo (Shia La Beouf), uomo ricorrente, come paradigma dell'intero suo desiderio sessuale che percorrerà ogni età della vita, incarnazione di un impulso di base che esattamente come si presenta, scompare, altrettanto all'improvviso, lasciando lui di stucco e lei aperta a nuove esperienze. Seligman indottrina la giovane ai misteri del regno naturale e animale. Saranno molti e polimorfi gli insetti che integreranno a livello fotografico il racconto di Joe. Tanti come i più frequenti e controversi aspetti della nostra sessualità. Una persona, a parte Jérôme, sarà la scoperta più fondamentale nella vita di Joe: il padre. Affetto da delirium tremens, non sfugge che sarà proprio lui a condizionare la vita della figlia. Come mai avrebbe voluto e manco sospetta. Due ragazze salgono sul vagone di un treno e seducono ogni persona di sesso maschile che incontrano. Betty e Joe. Vince la prima, ma solamente perché lo fa per sport. Joe no, per lei è una cosa seria. Asseconda la sua natura non ponendosi alcun freno inibitore, ma non è esente dal senso di colpa. Questo è strano. Forse no. Sembra una morale distorta, al contrario, quella di Joe, in cui ella si stupisce di ciò che a Saligman appare lapalissiano e sintomatico di ogni seduta psicoanalitica: quando Joe gli racconta che dopo la morte del padre si è sentita libera di andare con tutti gli uomini che incontrava e di farci sesso, il ricercatore musicale è molto più aperto e consapevole di ciò che si può immaginare all'esterno. Certo, parliamo di sesso compulsivo. Ma parliamo anche di un rifiuto dell'amore. Quasi un rigetto gastrico. Il sesso come panacea di tutti i mali, cercato, bramato, con insaziabile voracità e voluttà in ogni maschio, cavità, liquido orale, goccia di sudore che emani dal corpo, senza alcuna interferenza da parte della mente. Siamo in un territorio solo apparentemente distante dalla comune realtà quotidiana di noi tutti, mentre il pericolo che sia più pertinente di ogni altra cosa è tangibile. Joe non si fa sorprendere dal sesso, come una ragazza vergine che lo assapora la prima volta, ma se ne fa attraversare con compiacenza, malizia, tutte le armi del mestiere. Se ne fa riempire. Letteralmente. Per dimostrare la sua tesi, comunque aperta-questa è la mia impressione- Lars Von Trier non ha bisogno di esibire tante penetrazioni o fellatio. Gliene basta una manciata. Ma ciò che si vede non si dimentica. Ala conferenza stampa sono tutti benevoli con lui. Il regista despota per antonomasia. Forse perché lui non c'è. Si presenta solo al photocall, indossando una maglietta 'ad arte': Persona-non-grata, con sovra impressa la palma di Cannes. Uma Thurman, Stellan Skarsgaard e Christian Slater Sono unanimi nel parlare di gentilezza, estrema pazienza nel comprendere gli attori. A tutti era giunta una versione diversa. Christian e Uma si sorprendono di come si possa recitare lentamente. Si sorprendono di come si possa recitare. Punto. La mossa di disertare la conferenza stampa da parte del danese pare troppo ben calcolata. Un grande battage pubblicitario, del quale viene il sospetto che faccia parte anche la doppia mossa del suo attore, Shia LaBeouf. D'un tratto, alla domanda su come sia stato recitare tutte quelle scene di sesso esplicito - pare che Von Trier abbia chiesto a Shia di inviargli foto del pene da Los Angeles - il giovane attore losangelino ha risposto con una frase su gabbiani e sardine, di Eric Cantona, e se n'è fuggito. Causando imbarazzo fra i colleghi. In special modo Slater. Poi al red carpet pomeridiano Shia si presenta in smoking con sacchetto di carta infilato in testa, sul quale è scritto 'I'm not famous anymore'. Non sappiamo come stiano in realtà le cose. Da questo incontro è emerso quindi che Lars è una persona candida, che ti fa respirare. Stesso principio che ha applicato al film, carico di emozioni e molto pieno di riferimenti e prove da superare per l'attore. Qualcuno scherza:"This movie causes addiction". Intanto gli attori per un pelo e non rischiano l'overacting.

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