Lost in Dolcetto

24 Febbraio Feb 2014 0115 24 febbraio 2014

Le scarpette del boxeur. Cinema da star male.

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Pensavo fosse neve, invece erano i flash dei fotografi sul corpo in movimento di Jack La Motta a bordo ring, in Toro scatenato. Avant-indré, saltelli che ritmicamente si mangiano un pezzo di tensione, accumulata prima dello scontro. Bianco e nero e intermezzo di Mascagni, Cavalleria rusticana. Sono seduta per fortuna, sento un principio di incendio intorno agli occhi. Quando infine le lacrime scendono, musica e danza sono spariti. Rimane solo una vestaglia che si muove. Non sento né vedo più nulla, eppure non sono mai stata così viva. E' un momento pomeridiano di un corso di cinema che sto frequentando, sabato 22 febbraio. Dura una manciata di minuti. Rivedo il Cinema, dopo il lontanissimo 1990, anno in cui vidi 'Raging Bull' la prima volta.

Nel frattempo è successo di tutto e i miei sensi di nuovo hanno preso fuoco, ma in modi diversi. Dipende dalla gradazione di potenza ogni volta messa in atto dal regista. Mentre i bravi critici facevano rotolare le sequenze di film che ho amato e che ricordo davanti a me, ho pensato che più di ogni altra cosa al mondo, in quel momento, avrei voluto rotolarmi anch'io con loro, in 35 mm, carne e ossa su pellicola di celluloide, ubriacarmi di film da mane a sera, fino a stramazzare al suolo. Poi vedere un'opera il mattino dopo, a colazione, da sobria. Quando in realtà sono lisergicamente perduta in un sogno di celluloide.

Vincent Cassel parla a Emannuelle Devos, che non può sentirlo ma legge il labiale. Lei è utile al piano criminoso di lui e quella che si crede essere una storia d'amore classica, a un certo punto, si capovolge. E' 'Sulle tue labbra' di Jacques Audiard, cineasta che mescola atmosfere e spunti hitchcockiani alla Nouvelle Vague fino al polar francese. E' suo 'Ruggine e ossa' con Marion Cotillard. Ciò che mi tiene attaccata alla relazione che si sviluppa tra Cassel e Devos è quel senso di mistero, unito al rischio nelle sequenze in cui lei penetra nella casa del nemico e cerca di sottrarre delle prove. Primi piani ravvvicinati del suo viso. Preoccupazione e ansia crescenti. Lo spettatore capisce cosa sta succedendo solo in quel modo lì.

Per Elisa di Beethoven su una scena western di John Ford, ma siamo in Francia. Caspita! Colori vividi, come di una prateria del Texas, con il sole allo Zenith. Sembra un quadro di Renoir, staccato dalla parete. Sono le prime battute di 'Bastardi senza gloria'. Hans Landa è un colonnello delle SS che cattura gli ebrei, astuto come una faina, parla tre lingue ma ne usa solo due: inglese e francese, per non farsi capire dai nemici. Silenzio, declama solo lui, ma sono in due a recitare, con la mimica e la parola (Christoph Waltz) chi senza questi mezzi (l'attore che fa il francese e dà riparo ai fuggitivi. Solo con l'espressione atterrita degli occhi).

Il film deve ancora cominciare e una delle scene più cruente si consuma davanti a noi. Senza spargimenti di sangue. Mentre elucubro sulla distanza che separa un falco da un ratto, compare un uomo molto bello: Fabrizio Tassi, in attesa del quarto figlio, che novello enrico ghezzi frantuma e ricompone Terrence Malick per spiegare l'importanza di guardare un altro universo filmico con occhi nuovi. “Non era piaciuto a nessuno 'Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti' di Apichatpong Weerasethakul, Palma d'Oro a Cannes, ma a lui sì. Anche a Cristiano Travaglioli, aggiungiamo noi.

A quel punto Bruno Fornara sbotta: “Così come per i film di narrativa classica io posso rivendicare il diritto di prendere le distanze da quelli brutti, allo stesso modo voglio esercitare il mio diritto di farlo nei confronti delle nuove cinematografie, che apriranno anche visioni differenti, ma se falliscono la mira, lo fanno né più né meno che come gli altri!”.

Sante parole. Però poi mi soffermo a pensare che, anche se gli autori che amo di più mancano l'obiettivo almeno una volta, questa pecca ne esalta invece i capolavori. Vedi Lars Von Trier, che nonostante sia percepito preferibilmente nella sua veste di provocatore, per me non è mai stato un personaggio da fumo negli occhi, ma sempre con una tesi da dimostrare e la volontà di farlo, non importa se in modo disturbante.

Pur non scomponendola così, fino all'osso, la scena del jazzista in 'Collateral' di Michael Mann per me rimane uno dei motivi per cui vale la pena vivere, e scrivere di cinema. Inquadratura a fuoco sui tre visi del killer, del tassista e del pianista, non passa un filo d'aria sia di là sia di qua dallo schermo. Fino a quel momento non avevo mai creduto Miles Davis capace di uccidere. Ed è singolare, mi sorprendo, che un autore famoso per lo stile di ripresa produca un livello tale di dinamismo molecolare fermando i suoi personaggi in pose così statiche e brucianti, eppure così efficaci e rivelatorie dei loro sentimenti e dei rapporti che intercorrono fra loro.

Su un aeroplanino con la patta aperta, un signore di mezza età (André Dussolier) attira l'attenzione della pilota Sabine Azéma. Mi pare un concentrato di modernità e progresso, espresso nei rapporti di coppia, visto di rado al cinema! Di contro, allo specchio, due adolescenti negli anni Cinquanta si seducono col mangianastri in una tenda canadese. Alain Resnais e Wes Anderson (regista di 'Moonrise Kingdom') nella mia famiglia cinematografica ideale sarebbero padre e figlio, che uno strano scherzo della natura ha voluto invertire di posto: il 93enne di 30 anni e un baldanzoso ottuagenario.

Ritorno per un secondo a quella frase di Collateral, “Mi sono perso dietro ad altre cose...” mentre qualcosa mi coglie di sorpresa. Piacevolmente impreparata. La revisione di un parere dato a maggio scorso, precipitosamente. A me 'Only God Forgives' non era piaciuto. Eppure il confronto fra Ryan Gosling e il vero protagonista, il poliziotto di Bangkok, è un disegno di Mondrian fatto da un architetto cinese. Rettangolare come un ring, lo spazio che delimita il combattimento accoglie i duellanti dei quali sarà decisa la sorte prima che volino pugni per aria. Scena che ho amato alla follia, dentro un film che ho respinto. Potenza impudente del cinema.

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