Lost in Dolcetto

8 Giugno Giu 2014 2253 08 giugno 2014

Dopo Cannes, difese immunitarie al collasso

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Rientro da Cannes. Tutto normale? Neanche per sogno. Due settimane di adrenalina in corpo e nello spirito, di scrittura matta e disperatissima attorno al tema che mi piace di più, di vita che pulsa su frammenti digitali più veri del vero. Dopo i quali, non si è più nulla per un po'. Ci si svuota completamente. Le difese immunitarie si abbassano. A me è successo. Non avevo vacanza da fare, subito dopo. Come al contrario capita a miei colleghi e amici, dopo un simile pazzesco tour-de-force. Gli inviati della testatone tipo The Guardian o Daily Telegraph si prendono un mese ad Acapulco per decomprimersi, ci scommetto. Il mio amico Vito giudiziosamente è appena stato una settimana in Sardegna a respirare il profumo del mirto. Io? Io niente. Pensavo di rimettermi subito a lavorare di buona lena – ahaha, illusa – scrivendo di cronaca e cultura locale e personaggi. Cioè, ma devi esserci per partorire idee decenti. Di fatti non c'ero e mi è venuto il virus. Vado a prendere #Topozilla al Nido e le maestre mi avvisano, portami in un sacchettino nero i suoi indumenti sporchi, “Ha preso il virus. Ce l'hanno tutti all'asilo”. Io incosciente sorrido, dico “Tatoooone” e lo prendo in braccio sbaciucchiandolo sulla testina. Risultato: dopo due giorni così, di imprevisto della mamma e quindi tata di emergenza, sono ko. Ho i capelli di una strega, corro dal farmacista a comperare il trattamento anti-parassitario e dopo qualche ora... nel cuore della notte mi alzo e zac! Vomito e vedo le stelle. Sarà una lunga notte e quel we compromesso. Camminare è a rischio svenimento. Oltre a ciò, il martedì di quella settimana dopo Cannes, inizio a vedere dei filamenti marroni ballarmi la danza dei sette veli sull'occhio sinistro. Ah beh, va tutto a meraviglia! Non vorrei fosse stato il trauma di volare su un aeroplanino biposto il sabato appena tornata. Ma direi che la sindrome che mi ha colto molto più prosaicamente si chiama così: precarietà. Non la classica precarietà economica. Grazie, eh. Ma siam buoni tutti. No, una precarietà più profonda, che va dritta alle tue radici. Identità, sentimenti, affermazione, sicurezza, economia, società. Questi più o meno gli architravi che sorreggono l'essere umano. E nel mio bilancio nessuna voce è in pari.

L'occhio, già molto miope, ha subito una ulteriore tranvata. Dal nulla questi vermicelli a invadere il mio campo visivo, impedendomi di scrivere e osservare lo schermo con la scioltezza di sempre. Anche il migliori fra noi sarebbe andato in paranoia per molto meno.

Come se non bastasse, la catastrofe sentimentale della quale sono preda da mesi. Io non dovrei stare con nessuno in realtà. Perché semplicemente non credo nella coppia. Di conseguemza, tanti rospi da mandar giù quella settimana. Solo rospi. Mi sono smarrita. Ma non mi sono ancora ritrovata.

Ah, questo post doveva parlare di Cannes! Ma parlando del triste ritorno ai lidi natii, si capisce che cosa devono essere state per la mia anima umile quelle due settimane precedenti?

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