Mambo

7 Marzo Mar 2013 0832 07 marzo 2013

D'Alema critica i dalemiani. Orfini e Fassina tentati dal parricidio

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Il giorno dopo la Direzione, il Pd raccoglie i cocci. Sembra paradossale dopo un voto quasi all'unanimità (una sola astensione). Eppure il dibattito ha rivelato molte crepe. Inanzitutto con il silenzio di Veltroni e l'uscita repentina di Renzi. C'è tutta un'ala del Pd, che comprende infatti coloro che seguono i due leader, che ha scelto di tacere e che per lealtà appoggia il segretario senza credere nella sua linea. Ma crepe si sono manifestate anche nella stessa maggioranza bersaniana. L'ala di sinistra ha chiesto una maggiore definizione identitaria del partito. Sia Fassina sia Orfini credono che ormai sia il tempo di un partito di sinistra classico. Il primo ha dichiarato che in caso di fallimento di Bersani si va alle elezioni con lui, il secondo, in una intervista, ha proposto un cambio di leader. Orfini ha trovato anche il tempo di attaccare il suo vecchio mentore D'Alema contestandogli l'idea del fronte comune europeista per fermare l'antipolitica in nome dell'avversione verso Monti e l'idea di Europa che l'attuale premier sostiene. Siamo al parricidio esplicito. Gli ex democristiani sembrano tutti stretti attorno a Bersani ma sono note le capacità di Franceschini di cambiare cavallo all'ultimo minuto. Non a caso lo si è visto chiacchierare amabilmente con il sindaco di Firenze. E' stato D'Alema, al di là della formale e probabilmente sincera dichiarazione di appoggio a Bersani, a pronuncire il discorso più lontano dalla piattaforma dell'attuale segretario. Ha criticato il nuovo gruppo dirigente giovane sostenendo che non ha mostrato capacità di leadership. Ha detto che Zingaretti ha preso più voti di Bersani nello stesso giorno. Ha sostenuto che i voti sono volati via durante la campagna elettorale che, quindi, considera sbagliata. Ha proposto l'allenza con Monti. Ha tirato un sasso sulla teoria dell'inciucio sostenendo, con una opportuna citazione di Gramsci, che non bisogna avere paura dei compromessi. Qui ha invitato il partito a discutere con la destra anche se ha riconosciuto l'impossibilità di farlo finchè questa è governata da un Berlusconi che avrebbe comprato parlamentari per far cadere un governo di centro-sinistra. Questo intervento e il silenzio-fuga di Renzi e di Veltroni sono macigni sulla unità del Pd. Tutti sostengono Bersani ma, malgrado l'affermazione contraria del segretario, pensano al piano B. Che ha un nome, Napolitano. Toccherà a lui dipanare questa matassa. Resta il no netto di Bersani a ogni incontro con la destra che ricorda quell'Alessandro Natta che disse che  con la Dc non si sarebbe potuto prendere neppure un caffè. Emerge un partito più che diviso, destabilizzato, che si appresta, secondo una acuta analisi di Maria Teresa Meli sul "Corriere" di oggi, a dividersi su una leadership contesa da Renzi e da Fabrizio Barca. Renzi, in verità, appare disinteressato al mondo Pd, probabilmente perchè pensa che se vincerà le prossime primarie dovrà fare una campagna lettorale senza mostrarsi troppo legato al partito a cui è iscritto e che considera inguaribilmente vecchio. Di Barca sappiamo poco.  Quello che sconcerta è che c'era un'altra linea da proporrre ed era quella di riconoscere la sconfitta e di dichiarsi pronti a seguire le indicazioni del capo dello Stato.  Molti nel Pd pensano che bisogna fare con Grillo quello che fece Togliatti con Giannini, il capo dell'Uomo qualunque. Come ha ricordato D'Alema in un recente incontro pubblico è più facile fare massa critica, con un alleato inquietante, essendo all'opposizione che costruendo una maggioranza di governo. Poi Grillo ha più voti di Giannini e vuole governare da solo. Il povero commediografo del dopoguerra voleva solo dar voce agli sconfitti e agli esclusi. L'idea di un'allenza con Grillo, perdente in partenza, annulla anni di cultura riformista. Ma questa è un'altra storia.

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