Mambo

14 Marzo Mar 2013 1814 14 marzo 2013

Bersani come Cofferati: dal riformismo al radicalismo

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Bersani si avvia sulla strada di Cofferati? Entrambi riformisti, entrambi a un certo punto della loro vita pubblica hanno scelto la strada del radicalismo. Quello di Cofferati è finito come sappiamo. Quello di Bersani rischia di essere ancora più lacerante. Molti nel suo partito temono sia il successo sia l'insuccesso del suo tentativo di fare un governo con l’assenso di Grillo. C’è chi teme che non ci sarà il via libera dei 5 stelle e quindi il Pd si troverà in un vicolo cieco. C’è chi teme che nasca una strana maggioranza che programmaticamente, sull’economia e sulla politica estera, rischia di trovare approdi non desiderati né in linea con una cultura riformista. Non mi occupo di cercare le ragioni di questa svolta di Bersani, tanto meno quelle personali. Cerco di capire dove può portare. Un dato balza agli occhi dopo questo voto. Il centro-sinistra non ha mai vinto quando il candidato premier era chiaramente di sinistra. Il paradosso è che questa volta non ha avuto neppure i suffragi operai che la svolta radical avrebbe fatto immaginare. Qui c’è un primo elemento da considerare ed è di valore storico. La comunità ex comunista non esiste più, esattamente come quella socialista. Ogni tentativo di rimetterla insieme con proposte identitarie fallisce. In verità Veltroni non provò la strada identitaria ma la sua vocazione maggioritaria si scontrò con la percezione di sinistra che l’elettorato moderato ebbe del suo esperimento. Nel caso di Bersani la svolta identitaria è stata ambigua perché non si è trasformata in una netta opzione socialista ma ha mantenuto i caratteri “oltristi” che portarono all’insuccesso Occhetto anche perché dietro l’ “oltrismo” molti elettori hanno visto il rifiuto di una seria revisione autocritica del passato. Il bersanismo del dopo voto si è poi alimentato di una deriva giustizialista e movimentista che urta anche con le premesse riformiste che in tutti questi anni hanno caratterizzato lo scontro fra i moderati e i radical nella sinistra. Il rischio maggiore che Bersani fa correre al suo partito e alla sua ex comunità è quello di farla tornare figlia di un dio minore. L’accanimento con cui si cerca una maggioranza con un movimento lontano da ogni cultura riformista facendone il perno del proprio schema di lavoro politico infatti rischia di apparire come volontà di guidare il paese senza avere con sé la maggioranza del paese. D’Alema, nel libro intervista che ha scritto con me, ha riconosciuto che il suo errore maggiore fu quello di aver fatto il premier senza passare da un voto e da una maggioranza confermata dagli elettori. Bersani rischia lo stesso errore. Ambisce alla premiership senza che un voto gli abbia dato questo mandato e con un alleato che chiaramente si muove come forza anti-sistema. Di fronte allo sconquasso della politica tutta intera è normale che chi non sta con Grillo cerchi di ricostruire forze politiche che abbiano una visione e che abbiano un radicamento. Ma visione e radicamento non sono solo espressione dell’identità di un partito ma frutto di una complessa concezione della dialettica politica e istituzionale. Qual è la cultura istituzionale che sta dietro il dialogo con i 5 stelle? E’ del tutto evidente che Grillo pensa a forme di democrazia diretta corrette ampiamente dal prepotere di una centrale di comando unica e extra –istituzionale. E’ evidente che nella cultura dei guru dei 5 stelle c’è una visione cupa del progresso e della stessa democrazia. E’ evidente che c’è l’ambizione di rovesciare la collocazione internazionale dell’Italia. Bersani su questi punti tace eppure questi punti sono stati la materia bollente della difficile navigazione degli ex comunisti dopo l’89. Insisto nel pensare che siamo di fronte a una deriva estremistica simile  a quella che impresse Cofferati. Chi ammirava il capo della Cgil perché lo considerava un riformista doc e chi ha votato Bersani perché vedeva nel suo pragmatismo emiliano un tratto di affidabilità maggiore rispetto alla proposta di Renzi oggi si pone molti inquietanti interrogativi. La domanda: il gioco vale la candela?

P.S. Vado in Israele dove mi fermerò fino a mercoledì prossimo. L’appuntamento con i lettori di questo blog, che ringrazio, è per il prossimo giovedì, se da Tel Aviv non riuscirò a scrivere altri post.

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