Mambo

26 Marzo Mar 2013 0829 26 marzo 2013

Il Pd torna ad essere l'amalgama malriuscito

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C'è stato un tempo in cui molti scommettevano sulla rottura del Pd, augurandosela o temendola, perchè ritenevano che l'amalgama non fosse riuscito e la coabitazione fra ex Ds e ex Margherita non sarebbe durata a lungo. Oggi è tutto cambiato. La geografia interna offre una moltiplicazione di correnti, vere sette pentacostali, in cui l'odio per chi sta fuori è pari alla supponenza e all'auto-promozione. Bersani ha costruito un gruppo dirigente di giovani che ha invaso le tv e che pontifica sul paese con risultati tragici a giudicare dai voti raccolti. Alla sua sinistra si è formata, a freddo, una componente laburista che lega un sinistrismo demodè a un culto del potere senza scrupoli. Ci sono poi le correnti dei sopravvissuti, quella di Franceschini, di Fioroni, di Bindi e gli ex veltroniani. Forse ci siamo persi alcune sigle. Non ci siamo persi invece coloro che considerano, alla luce dei fatti, un inutile sacrificio la fuoriuscita dal parlamento di Veltroni e D'Alema. Contrapposti a tutte  queste correnti sono i renziani, sostanzialmente ex popolari e spesso fioroniani, con qualche ex comunista che in vecchiaia si è scoperto liberal ma soprattutto con un capo carismatico che a partire dalla sconfitta nelle primarie non ha più sbagliato un colpo. Tutto questo accrocco quanto potrà durare nella stessa casa politica? Quel che è evidente è che un successo il Pd l'ha ottenuto: non esistono più le comunità che l'hanno fondato. Gli ex comunisti ormai sono dispersi e in piena crisi, peggio dei socialisti dopo Tangentopoli. Gli ex democristinai si scoprono talvolta più a sinistra di Bertinotti o più a destra di Monti. I nativi, cioè quelli che hanno scelto il Pd come partito senza aver primo militato in altra formazione, sono cresciuti. La spaccatuta che potrebbe esserci, quindi, correrà lungo linee diverse dal passato ma sarà giocata  su un tema antico che appartiene, questo sì, al dibattito che ha coinvolto soprattutto gli ex comunisti: il tema è quello del movimentismo e del radicalismo di sinistra versus un riformismo temperato che ha come primo obiettivo la fine della demonizzazione dell'avversario. E' la malattia originaria della sinistra italiana che in  questo scontro ha pagato tutti i prezzi di una lunga, prolungata e inutile guerra civiole in un campo solo. La forza di Renzi sta nel rappresentare la linea non movimentista con maggiore aggressività di chi l'aveva sostenuta nel passato. Le due anime però hanno perso autonomia politica e culturale. Oggi il riformismo renziano può apparire come metamorfosi moderata di un pezzo della sinistra. Bersanismo e giovani turchi un connubio che sta fra il revival di Cofferati e le posizioni del "Manifesto". Le grandi culture poltiche della sinistra si sono disintegrate e al loro posto hanno preso il sopravvento  deformazioni tutte mediatiche di storie che in passato hanno fatto grande, e un pò tragica, la sinistra. Solo che questa volta tenere insieme le due anime sarà più difficile. Sta scoppiando nel Pd anche un caso generazionale alla rovescia, come dimostra un bell'articolo di Gianni Cuperlo sull' Unità di ieri. I gruppi parlamemtari sono pieni di giovani dirigenti alla prime armi a cui sono sati affidati compiti che spesso nei vecchi partiti toccavano ai più esperti. Una nuova generazione è ormai messa alla prova e  le lagnanze sul mancato rinnovamento non hanno più senso. Solo che di questa nuova generazione, anche di quella non grillina, sappiamo poco, non ne conosciamo la cultura politica, nè lo spessore. Se il Pd si dividerà, cosa non augurabile ma probabile, ne vedremo delle belle. L'unica cosa che appare chiara è che nulla è chiaro, che i sinistri che fanno i sinistri appaioni finti, e i riformisti appaiono un pò inventati. Bersani e Renzi hanno una colpa comune: di aver liquidato tutte le storie passate e oggi sono alle prese con eventi e persone che non conoscono. Ci voleva un rivoluzione culturale invece stiamo giocando a mosca cieca.

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