Mambo

24 Aprile Apr 2013 0851 24 aprile 2013

Per il Pd Napolitano è un ingombro o una risorsa?

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Bersani è stato  spietato verso il suo partito. Ha detto che è preda di anarchismo, è fondato sulla feudalizzazione, è etero-diretto dalla piazza virtuale. Non ha spiegato, nè poteva farlo ieri, perchè tutto ciò sia accaduto. L'anarchismo è frutto dal venir meno, se mai c'è stato, di un "idem sentire" fra i dirigenti, e anche alla base, del Pd. La feudalizzazione è figlia del moltiplicarsi dei partiti personali, risposta privata alla scomposizione dei vecchi aggregati politici. L'etero-direzione dipende dalla fragilità culturale del soggetto politico, nato con grande spolvero alcuni anni fa. Bisogna risalire alle origini per capire perchè si siano determinati questi fenomeni.

PERCHE' NASCE IL PD

Il Pd nasce da una suggestione del gruppo di intellettuali vicini a Prodi che all'indomani della prima vittoria dell'Ulivo posero la questione del superamento delle vecchie formazioni politiche. Se per la Margherita, in cui si manifestarono divergenze attorno alla nascita del Pd, questo nuovo soggetto politico era visto come un'ancora di salvezza perchè che l'aggregato degli ex popolari, dei rutelliani, e di altre componenti era sul punto di deflagrare, per gli ex Ds si è trattato di una scelta fatta "obtorto collo" nel momento in cui, con il congresso che elesse Fassino, ci si stava avviando verso il riconoscimento della piena appartenza del partito ex comunista alla famiglia socialista europe.

IL RUOLO DI PRODI

Prodi forzò la mano, e ottenne, in vista delle europe che davano in grande vantaggio i Ds, che questo partito scegliesse la strada dell'unificazione invece che diventare la forza socialista della coalizione di centro-sinistra. Quando nacque il Pd si realizzò una sorta di matrimonio per forza con gli ex Ds che si inventarono, con la guida di Veltroni, un battesimo riformista che rinunciava alla matrice socialista europea. Il riformismo divenne una categoria astratta che non comprendeva impegni solenni in materia di visione dello sviluppo, di progetto di società, di concezione del partito. Non a caso, come ho altre volte scritto, i tre segretari che si sono succeduti hanno potuto rovesciare l'impianto dei predecessori senza fornire una giustificazione storica al capovolgimento di linea e di natura.

L'EQUIVOCO CULTURALE DEL RIFORMISMO

E' evidente che il partito di Veltroni, ultra-democratico e liquido, aveva poco a che fare con il partito di sinistra che mimava una riedizione frontista dell'epoca Bersani. Anche i cosiddetti "nativi" del Pd, cioè coloro che si erano iscritti a questo partito senza aver prima militato in altri, si sono trovati a riempire "uti singuli" il guscio vuoto della cultura del nuovo soggetto politco. Questo ha portato molti vecchi elefanti a rinsaldare la filiera dei partiti personali, ingombranti e privi di visione, e ha portato anche al rischio, poi divenuto realtà, della etero-direzione dai mass media e dagli orientamenti dell'opinione pubblica più radicalizzata. Non poteva che finire male. L'impallinamento di Marini e Prodi corrisponde proprio a questa mancanmza di un "idem sentire". Marini, pur con la sua bella biografia di sindacalista serio, è apparso troppo vecchio. Prodi è apparso troppo estraneo.

L'OCCASIONE NAPOLITANO

C'era un'altra strada, che è poi quella che si sta squadernando oggi con troppo ritardo, forse  incolmabile. Il Pd poteva diventare il partito di Napolitano. Il presidente è una delle figure storiche di questo paese. E' un riformista a tutto tondo. Non è un uomo chiuso al nuovo. Ha solide basi culturali e ottime relazioni internazionali, soprattutto nella socialdemocrazia. Poteva diventare il punto di riferimento di un'aggregazione nuova. Non è accaduto. Spesso il presidente è stato mal sopportato dal suo partito, i suoi appelli lasciati inascoltati, la sua cultura ignorata. Oggi il Pd è di fronte alla necessità di darsi una nuova fisionomia se non vuole morire e scopre di doversi affidare alle scelte di Napolitano. Quegli stessi che sono prigionieri politici della piazza virtuale evocano, invece, una specie di guerra per l'autonomia del partito dal Quirinale. Nessuno sa, tuttavia, a che cosa attaccare questa richiesta legittima di autonomia.

CON NAPOLITANO O CON LA PIAZZA VIRTUALE?

La componente ex popolare ha perso la sua forza culturale. Gli ex diessini sono un popolo in fuga, i giovani turchi sembrano un drappello di gauchisti in cerca di nuovi padri, il renzismo è un fenomeno culturalmente ancora indecifrabile. Siamo così tornati al punto di partenza. Se il pd non spiega le ragioni della sua utilità storica, agganciandosi a culture forti, non c'è possibilità che sopravviva. Renzi, il cui avvento tutti danno per scontato proprio mentre molti ostacoli si frappongono alla sua avanzata, non riesce a uscire dal mantra del nuovismo e l'aggancio culturale agli anni del blairismo appare tardivo. Il rischio di una scissione strana, fatta di mille pezzi che lentamente se ne vanno per conto loro, è all'orizzonte. Altra cosa è se il Pd ottenesse, e si intestasse, un programma di governo incisivo che già sulla parte della questione politica-istituzioni-moralità desse un segnale nuovo. Altra cosa sarebbe se,  a differenza dell'epoca Monti, il Pd si intestasse una politica economica che rimette in tasca alle famiglie un pò di soldi e nell'animo dei più disgraziati un pò di sperazna. Le discussioni politologiche sull'alleanza con il Pdl o con il grillismo potrebbero venir superate da una politica dei fatti. E' proprio quello che Napolitano ha chiesto nel suo discorso. Fare il partito del presidente non è cedere autonomia ma guadagnare uno spessore culttrale.

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