Mambo

26 Aprile Apr 2013 0805 26 aprile 2013

Il rito tribale dell'espulsione

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Il rito dell'espulsione, nella storia dei partiti e dei movimenti politici, ricorda pratiche tribali, l'inammissibilità del dissenso, la coriacea chiusura su se stessi dei duri e dei puri. Non a caso l'ultima espulsione è avvenuta qualche giorno fa nel Movimento 5 stelle ai danni di un parlamentare che era andato in tv senza il permesso dei due grandi capi. Oggi si riparla di espulsioni a proposito dei deputati e senatori che si accingerebbero a non votare o a votare contro la fiducia al governo di Enrico Letta.

CHE FARE DEI DISSENZIENTI?

Sarebbe ragionevole che si rinunciasse a questi provvedimenti. Un grande partito politico è in grado di sopportare un dissenso anche quando si manifesta su fatti e in tempi cruciali per la sua vita. La domanda vera, però, non è rivolta a chi vuole espellere e, credo, non lo farà, ma a chi vuole caparbiamente restare. La formazione di un governo è un punto cardine nella vita di un partito. Non investe la coscienza personale, come può avvenire sulla pace e sulla guerra o sui diritti civili, ma investe direttamente la cosiddetta linea generale del partito, il suo "ubi consistam". Se si sta in un partito che sceglie o è costretto a scegliere la piena assunzione di responsabilità di governo, sarebbe ragionevole che si sostenesse ovvero non si ostacolasse l'obiettivo.

LA STORIA DEL PSI

Non la pensarono così il gruppo di storici dirigenti socialisti che all'indomani della partecipazione del Psi al governo se ne andarono fondando quel Psiup  che pochi anni dopo sarebbe stato sconfitto clamorosamente nelle urne. Oggi i probabili avversari della guida Letta di un governo di grande coalizione vorrebbero esplicitare formalmente il loro disenso ma rifiutano di allontanarsi da un partito da cui li divide una scelta fondamentale. Forse agiscono così perchè farsi espellere dà un bonus di popolarità, e un marchio vittimista, che la fuoriuscita autonoma non regala. Tuttavia la riflessione dovrebbero farla sull'incongruenza di continuare a stare in un partito che si sta incamminando su una strada che loro non considerano solo sbagliata ma innaturale.

UN PARTITO E IL SUO AVVERSARIO: L'ESEMPIO USA

L'innaturalità starebbe nel patto con l'avversario, quella cosa che , ad esempio in Germania, viene praticata frequentemente. Quel dialogo con l'altra parte che ha portato ieri Obama a elogiare alla Bush Library la famiglia più nemica che abbia mai avuto il partito democratico. Quel riconoscimento dell'avversario che spinse sempre il partito democratico a non giudicare impresentabile il partito repubblicano neppure quando il suo leader, il presidente Nixon, venne rimosso per trucchi contro i democrats all'epoca del Watergate. Il fatto è che in Italia a sinistra, da quando è morto Berlinguer, l'idea che con l'avversario si possa discutere e collaborare è considerata una bestemmia. Nasce da qui l'avversione al tentativo di Enrico Letta, il giovane più preparato che il Pd poteva mettere a disposizione del paese. Quel che i dissenzienti non vedono è che il fallimento di Letta non porta a un altro governo ma al voto con questa legge elettorale e che questo voto porta alla vittoria proprio il nemico storico. Il tentativo di Letta se saprà, invece, svolgersi con profonde riforme politiche, a cominciare dal finanziamento pubblico da abolire, e da misure economiche incisive può far rinascere il Pd. Gli oppositori non ne vogliono sapere. E' loro diritto. Chi li vuole espellere commette un errore. Il fatto che vogliano restare è altrettanto assurdo.

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