Mambo

5 Giugno Giu 2013 0658 05 giugno 2013

Oggi terrorismo e mafie vincerebbero

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Quanto può reggere un paese, travolto da una crisi economica e di prospettiva senza precedenti, che ha nel suo sistema politico forze che sono pronte a disimpegnarsi dalla comune difesa dello Stato? Se si ripetesse una stagione dura come quella degli anni di piombo saremmo in grado di resistervi e di ricostruire una nuova solidarietà nazionale? Sono domande inquietanti, forse eccessivamente pessimistiche ma che vengono alla mente quando si riflette sul dibattito politico. Ogni giorno che dio manda in terra Beppe Grillo accumula ostilità verso tutto ciò che non è grillino, preannuncia vendette, anche verso suoi ex fan, titolati o meno, sogna una presa del potere totalitaria, senza partiti e sindacati e senza una informazione che non lo adula come fanno i suoi giornalisti, oggi in verità un pò meno entusiasti.

Nel PdL è partita l'equivoca formazione di un esercito di Silvio che sarebbe pronto a difenderlo (come e contro chi?) e la Santanchè ha preannunciato uno sciopero fiscale di massa degli elettori di centro-destra se il caro leader dovesse essere condannato in via definitiva. Il maggior partito di sinistra sembra a sua volta refrattario a ogni tentativo di trovare una reale unità interna e resiste sempre più fragilmente a tutti gli scossoni della sua nomenklatura. Nel paese crescono rabbia e scontento assai giustificati che possono accendere fenomeni di rivolta sociale. A Palermo si processa lo Stato per una presunta trattativa con la mafia che il professor Fiandaca ha demolito storicamente e giuridicamente.

In altri tempi avremmo sentito un rumore di sciabole. La cosa più preziosa che abbiamo ereditato dagli anni difficili è la lealtà degli apparati di forza e di sicurezza che sono in mani sicure. Tuttavia la domanda torna. Quanto possiamo resistere? Uno Stato regge se la grande parte dei suoi concittadini  e del suo mondo politico crede che valga la pena difenderlo.  Negli anni più terribili, quando l'attacco era sanguinoso e veniva dal terrorismo, dallo stragismo e dalle mafie questa convenzione per cui si difendeva uno Stato che sembrava a pezzi e infracidito dalla penetrazione di apparati sleali, il tema della "rovina comune" da scongiurare convinse partiti, e soprattutto la gran parte di cittadini, a fare argine.

Oggi potrebbe non ripetersi il miracolo. Al di sotto di questo sistema politico inaffidabile c'è il crescere di una opinione pubblica che vive il tema della pacificazione, strutturale in un paese come l'Italia dall'Unità in poi, come un insopportabile inganno e aumentano quelli che vogliono la resa dei conti definitiva. Aumentano persino coloro, soprattutto fra gli intellettuali, che gridano all'assalto alla democrazia se si farà una rifoma istituzionale che è tranquilla realtà in tanta parte dell'Occidente ( nel quale, occorre ricordare, vivono in piena democrazia persino fome di stato incentrate sulla monarchia), indifferenti però a questi rumori di fondo.

Non c'è nessuno che chiami alla responsabilità, che si mostri allarmato per questi segnali di dissoluzione democratica, nessuno che si interroghi non solo sulle colpe altrui ma anche sulle proprie. Qui dovrebbe esserci il ruolo di una sinistra moderna che sappia ereditare le virtù del passato. Questa bandiera della solidarietà nazionale, della coesione sociale, della difesa istituzionale dovrebbe essere impugnata da quanti a sinistra vedono il vessillo abbandonato da classi dirigenti e parte di popolo. Non si avverte questo scatto, tutti sembrano al di sotto del problema. Finchè qualcosa o qualcuno non ci darà la sveglia. Speriamo che allora non sarà troppo tardi.

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