Mambo

9 Giugno Giu 2013 1005 09 giugno 2013

Letta-Renzi: patto sul nulla?

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Se credono, dopo l'incontro di ieri, di essersi impadroniti del Pd, Renzi e Letta hanno sbagliato analisi. Il Pd di oggi è un accampamento ingovernabile, pieno di signori e signorine della guerra, confuso strategicamente, fra tentazioni gauchiste e latenti velleità riformiste, incerto tatticamente, fra la lealtà al governo del meno peggio e la voglia di far saltare il banco.

Letta è un giovane leader molto stimato ma con pochi seguaci. Renzi ha molti seguaci ma ancora tanti antipatizzanti ovvero tanti indecisi sulle sue capacità. Entrambi rappresentano un'area del Pd che taglia fuori di netto la tradizione di sinistra, che, pur essendo malconcia, ha dal punto di vista sentimentale molti fan. C'è, infine, l'idea banale che un patto a due semplifichi la politica mentre probabilmente la complica ancora di più.

La complica in primo luogo con l'alleato transitorio. Non a caso Brunetta ha subito mostrato nervosismo all'idea che Renzi possa diventare segretario del Pd. E' noto che il mondo berlusconiano, pur essendo meno spaventato dal fascino del sindaco di Firenze sull'elettorato di centro-destra, teme il confronto fra un outsider giovane e dinamico e un vecchio comandante logorato da tante battaglie. Soprattutto non vuole dare a Renzi la possibilità di fare la propria campagna elettorale collocandosi un pò dentro e un pò fuori dal governo, posizione storicamente propria del Cavaliere era un pò dentro e un pò fuori persino dei governi che guidava.

I dubbi nel Pd nascono dall'affollarsi della platea degli esclusi. In questa platea ci sono le vecchie generazioni, la cui rottamazione Renzi ha voluto pur dichiarandone oggi l'inutilità. E c'è il protagonismo di una nuova generazione, da Civati alla Serracchiani, che non vuole farsi rapprsentare dai dioscuri del patto fiorentino. Emerge poi dalla coppia Letta-Renzi una chiusura impressionante  verso il mondo che sta fuori. Nè Letta nè Renzi (l'uno malgrado l'operazione di immagine dei saggi per la riforma della Costituzione, l'altro con il suo accrocco di personaggi del mondo dell'economia e della finanza anche di quella più spericolata) riescono, nè ci provano, a fare una vera chiamata alle armi dell'Italia nuova. Entrambi sono chiusi nei loro staff - quando scriveremo la storia della sinistra di questi anni dovremo dedicare un capitolo alla miseria di questi organismi cortigiani - non sanno aprirsi sia alla gioventù intellettuale che lavora nei centri di ricerca e nelle università sia alle vecchie competenze, anche politiche, accantonate con sciatteria.

Renzi e Letta possono anche sbancare nel Pd, ma non hanno il carisma di quei leader occidentali che nel loro tempo cambiarono la storia dei propri partiti e dei propri paesi. Pensiano a Kennedy, Blair, Clinton, alla loro capacità di parlare alla società e alla loro capacità di chiamare a raccolta non i fedelissimi funzionari personali (i Boccia, i Lotti) ma il meglio della cultura politica del proprio tempo. Renzi e Letta possono con l'incontro di ieri aver segnato solo la fine dello stillicidio di contrasti quotidiani che mandano in sollucchero i notisti parlamentari e irritano i militanti.

A loro però si chiede di più, si chiede un progetto che nè nei discorsi nè nei  libri (francamente inconsistenti culturalmente, a differenza di quelli di Veltroni e di D'Alema) Enrico e Matteo sono riusciti a tirar fuori. Entrambi sembrano venuti dal nulla e parlano a un paese che invece ha sulle spalle la propria storia, talvolta odiandola talaltra avendone nostalgia. I nati ieri non diventano mai statisti. E' questo l'hanidicap per entrambi.

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