Mamma in Codice

26 Settembre Set 2015 0759 26 settembre 2015

Processo Condor, quando la procedura si scontra con l’umanità

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Roma, aula bunker di Rebibbia, 25 settembre. Udienza del processo Condor, quello sui desaparecidos di origine italiana. Prende la parola Roger Rodriguez, giornalista uruguyano che da anni indaga sulla scomparsa dei suoi connazionali. Chiede alla Corte di acquisire un documento del gennaio 1974 che attesta come gli eserciti sudamericani fossero in contatto tra loro e stessero pianificando l’annientamento dei “sovversivi”. La Corte, presieduta da Evelina Canale, respinge la richiesta. Il pm Tiziana Cugini si oppone. Il presidente della Corte rimane sulle sue posizioni.

Prende la parola il giornalista Rodriguez e in un accorato appello ai giudici chiede di acquisire il documento. «Ho fatto migliaia di chilometri per venire qui» ha detto «e anche le signore Bellizzi, che hanno testimoniato per la scomparsa del fratello e del figlio, ieri piangevano per come sono state maltrattate. Si renda conto: la signora Maria ha 91 anni e per la prima volta dopo quasi 40 anni è stata chiamata a processo per la scomparsa del figlio. In nome di questo le chiedo, signor Presidente, di acquisire l’atto».

Cala il silenzio in aula. La Corte si ritira per decidere. Alla fine la spunta il giornalista. Le carte vengono affidate al pm, che inserirà quelle rilevanti nel fascicolo. Rodriguez ringrazia.

Anche la procedura si è dovuta piegare all’umanità.

Se c’è qualcuno che pensa che un processo del genere sia inutile perché molti degli imputati sono già morti o troppo vecchi per essere mandati in galera, io non sono fra questi. E' importante stabilire sia pure la semplice vertià giudiziaria di eventi così devastanti per la storia dell'umanità. E last but not least, credo che anche dopo 40 anni una madre abbia diritto di sapere che fine ha fatto suo figlio.