Mamma in Codice

20 Aprile Apr 2016 1143 20 aprile 2016

#bastatacere, violenza ostetrica: è successo anche a me

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Avevo 27 anni, sono uscita dalla sala parto con la vagina a brandelli. C’ho messo 18 mesi perché tornasse a posto. Durante il parto nessuno mi diceva cosa stesse succedendo. E io pensavo che se fosse successo qualcosa a mia figlia mi sarei buttata dal balcone.

40 settimane + 2 giorni di gestazione. Arrivano finalmente le contrazioni forti. Vado subito in ospedale, non uno qualsiasi, ma un policlinico romano, dove nascono 11 bambini al giorno. La febbre mi fa subito capire che qualcosa non sta andando per il verso giusto. A mezzanotte mi portano in sala parto con la flebo dell’antibiotico in vena. Poi verrà sostituita a mia insaputa da ossitocina. Parlo subito con l’anestesista perché sappia che ho prestato il consenso per l’epidurale.

Rimango in balia di dolori fortissimi da sola in sala parto. Una tirocinante viene di tanto in tanto a farmi dei massaggi. Mi faccio alzare il volume del monitoraggio fetale per sentire il cuoricino di mia figlia. Quando sento che batte troppo forte schiaccio il pulsante e la ginecologa viene, infastidita.

Passa il tempo, a un certo punto capto una frase dell’ostetrica che dice che sono al settimo centrimetro di dilatazione. «Come?» dico io «Ma a quattro centrimetri dovevate farmi l’epidurale!». «No» mi risponde l’ostetrica «la ginecologa ha deciso di no». Apprendo in quel momento che il liquido amniotico è sporco. Ho 'studiato' per diventare mamma e so che non è un buon segnale, può indicare sofferenza fetale. Allora chiedo insistentemente di avere il cesareo. «Non ci sono i presupposti» dice la ginecologa.

I dolori diventano talmente forti che tra una contrazione e l’altra mi addormento e sogno cose bellissime. Il risveglio è una tortura. Penso che se mia figlia fosse rimasta handicappata mi sarei buttata dal quarto piano con lei. Ho già una sorella disabile per trauma da parto, è un’esperienza che non voglio ripetere.

Alla fine arriva il momento della fase espulsiva e io istintivamente dico: «Non ce la faccio». Ero digiuna da ore e stremata fisicamente e psicologicamente. L’ostetrica mi dice: «Non ti preoccupare: ti aiutiamo noi». Scopro subito in cosa consiste l’aiuto: tre spinte sulla pancia date con i gomiti dalla giovane ginecologa, che fa schizzare mia figlia dalla pancia e viene presa al volo dall’ostetrica. Scoprirò dopo che quella si chiama “manovra di Kristeller”. Mi fanno anche l’episiotomia, il taglio laterale della vagina, ma almeno a quella sono preparata.

Passa un’ora prima che riesca a prendere in braccio mia figlia, sono le 4,30 di notte. La tengo un po’ con me, poi lei va in pediatria, io nella mia stanza.

Dopo poche ore mi alzo dal letto per andare in bagno. Svengo. Quando riprendo conoscenza mi ritrovo davanti un’infermiera energumena che mi rimprovera dicendo che l’avrei dovuta chiamare. Mi mandano a fare la tac per la botta in testa. Durante il tragitto in sedia a rotelle tengo finalmente tra le mani la mia cartella clinica e leggo cos’è successo quella notte in sala parto. Leggo dell’ossitocina e che mia figlia ha bevuto il liquido amniotico tinto, ma che comunque sta bene. Sospiro di sollievo. Della manovra di Kristeller nessun cenno.

Faccio la tac e ritorno in stanza, sono le 8 del mattino, ma mia figlia non arriva. Non l’ho mai allattata, è già tardi. Chiedo alle infermiere di mia figlia, ma nessuno mi sa dare notizie. Mi dicono: «Vada lei all’altro piano, dove c’è il nido, siamo reparti separati». Ma io non me la sento, sono troppo debole e sono appena svenuta. Finalmente alle 11 arriva una puericultrice e le chiedo di mia figlia. Mi dice che sta bene. E io le dico di portarmela subito, che voglio vederla subito. Sono passate 7 ore e mezzo dal parto, penso che non mi riconoscerà. Invece no, appena mi vede si attacca al seno. Amore di mamma.

Passati i 40 giorni, faccio la visita ginecologica. Dico al medico che sento ancora dolore, fa spallucce: «E’ tutto ok». Non le credo. Nell’ospedale dove ho partorito fanno la riabilitazione del pavimento pelvico. Prenoto una visita. Così l’ostetrica scopre che ho un punto di sutura interno stretto troppo e la forchetta del perineo slabbrata, probabilmente a causa della manovra di Kristeller, che ha forzato la nascita di mia figlia. Passo mesi tra massaggi e elettrostimolazione endovaginale. E solo dopo 18 mesi dalla nascita posso dire che la mia vagina è tornata a posto. Avevo 28 anni. Ne avessi avuti 40, dopo quel parto, forse la mia vita sessuale sarebbe stata compromessa per sempre.

Quando mia figlia ha tre mesi e mezzo torno a lavoro. All’epoca scrivo per un settimanale che ora non esiste più. E' aprile 2012, comincio a fare inchieste sulla violenza in sala parto, questa sconosciuta. Qualcosa troverete ancora sul web. Poi mi interesso al parto in casa. Una cosa dal sapore medievale, ma che a molte donne sembra l’unica via d’uscita alle torture degli ospedali. Scopro un mondo nel mondo. Ostetriche ciarlatane che fanno partorire in casa donne a rischio. Ginecologi terrorizzati dalle cause. Ostetriche a cui viene insegnata l’episiotomia come metodo di routine.

Ora questa campagna #bastatacere per parlare della violenza in sala parto ha finalmente squarciato il velo di Maya. Una proposta di legge di Adriano Zaccagnini mira a punirne gli abusi. Ma non tutti gli articoli di quella legge mi convincono.

Penso purtroppo che ci sia più buona fede che cattiva, più paura che cialtroneria negli operatori della sanità. Ricordo le facce dei medici e dell’ostetrica in sala parto. Erano spaventati quanto me, erano sotto stress, contemporaneamente dovevano seguire più parti. Quando mia figlia è nata e stava bene si sono messi ad applaudire, si guardavano tra di loro come a dire: «Ce l’abbiamo fatta».

Bene la trasparenza, il dialogo, il consenso informato, la formazione per medici e ostetriche. No a multe e carcere per gli operatori della sanità, se non nei casi più gravi. Con la paura di essere puniti, che si aggiunge a quella delle cause di risarcimento, i muri di omertà aumenteranno, lo stress li farà lavorare ancora peggio, i migliori scapperanno dalle sale parto. O lo faranno solo in costosissime cliniche private.

Non c'è bisogno di una nuova legge. C'è bisogno di applicare le leggi già esistenti anche in sala parto. Perché quello non sia un porto franco dove la dignità della persona può essere calpestata.