Mamma in Codice

6 Febbraio Feb 2017 1110 06 febbraio 2017

La ribellione della figlia femmina

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Gli abusi sessuali sulla piccola Fortuna Loffredo erano tali per cui la «bambina soffriva di incontinenza fecale», così testimonia il ginecologo Giuseppe Saggese, che ha fatto la perizia sul corpo della bimba gettata dal sesto piano di una palazzina popolare a Caivano il 24 giugno 2014, durante un’udienza che vede imputati i vicini di casa Raimondo Caputo e la sua compagna. Nonostante ciò la madre, Mimma Guardato, continua ad affermare di non credere alle violenze sessuali. Anche di fronte all’evidenza è difficile ammettere l’orrore più grande e le proprie colpe: nella migliore delle ipotesi di aver lasciato la bimba nelle mani sbagliate, di aver trascurato diversi segnali, di essere stata cieca e sorda.

Lo scenario è diverso, la famiglia è alto-borghese quella in cui si consumano le violenze della piccola Maria, la bambina immaginaria, ma non troppo, de “La figlia femmina”, il potente romanzo d’esordio di Anna Giurickovic Dato, 28enne cresciuta nella Roma bene. La storia è chiaramente tutta inventata, tanto che a scanso di equivoci dedica il libro ai suoi genitori, prevenendo la domanda - con un sotteso maschilista - per cui se sei una giovane donna e brava scrittrice devi per forza parlare dei tuoi traumi.

Più che un libro sulla figlia è un libro sulla mamma. Sulla sua inadeguatezza, sulla sua scarsa indipendenza affettiva. «L’amore immenso che mi rendeva cieca», così Silvia, la madre, giustifica il fatto di non essersi accorta degli abusi su Maria fatti dal padre. Nonostante i disegni, il comportamento della piccola, i colloqui a scuola, non riusciva a vedere.

Quando non può più negare l’evidenza lascia il Marocco, per trasferirsi con Maria a Roma e ricominciare una nuova vita. Ma ancora una volta la sua inadeguatezza prende il sopravvento. Porta con sé uno specchio della vita a Rabat che le imbruttisce e di cui non riesce a disfarsene. Vive tra i sensi di colpa e l’incapacità di migliorarsi. Lascia che la figlia butti la sua vita alle ortiche: non va a scuola, non esce, non ha amici. E’ del tutto incapace di aiutarla ad uscire dal trauma, che lei non ha saputo impedire.

E di nuovo ricasca in un amore dipendente. «Sono in attesa della sua chiamata e mi rendo conto che il mio umore dipende soltanto dal suo gesto», così parla di Antonio, il nuovo compagno conosciuto a Roma che, dopo un anno di frequentazione, decide di presentare alla figlia.

Per la seconda volta è la piccola Maria, nel frattempo diventata una ragazza, a prendere in mano la situazione. Nel suo modo disturbato e disturbante riesce a reagire, si ribella. Così come aveva tentato di ribellarsi - ahimè invano - la piccola Fortuna Loffredo. Anche la cronaca ci fa vedere come siano spesso le più giovani il motore di salvezza. Fortuna - è vero - è morta, ma sono state le sue piccole amiche a raccontare agli inquirenti particolari che gli adulti fingevano di non sapere.

Mi fa ben sperare il fatto che “La figlia femmina” sia stato scritto da una giovane donna, perché non c’è il cliché della ragazza abusata fragile e sottomessa, che aspetta che arrivi il principe a salvarla. Persino la grande stampa, ancora dominata da vecchi tromboni, non riesce a riconoscere la potenza di questa ribellione e descrive Maria come una vittima a metà, come una mezza provocatrice, come una che in fondo se la va a cercare.

Invece Maria è una giovane ribelle. Se fosse in carne e ossa non avrei dubbi sull'epilogo della storia: riuscirebbe a salvarsi portando con sé la sua fragile e inadeguata mamma.

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