Mediterranea

28 Dicembre Dic 2012 2241 28 dicembre 2012

I figli della crisi del Sulcis vivono le feste in tenda: rivendicano il loro futuro.

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Cagliari, riunione all'interno delle tende
I figli della crisi, sono i figli degli operai di aziende a rischio chiusura del Sulcis Iglesiente: (Ex) Alcoa, Miniera del Sulcis e Ex Rockwool, che dal 23 dicembre (quindi compreso il natale) manifestano e vivono in tende da campeggio sotto il Palazzo della Regione Sardegna. Figli della crisi di alcune delle tante vertenze che la Regione, insieme ai Ministeri preposti, hanno aperte, per ora senza chiusure positive visibili.

Questa protesta è diversa per la qualità del metodo (tranquillo, pacifico e propositivo), per la semplicità con cui questi giovanissimi ragazzi (la maggior parte va ancora alle scuole secondarie) affronta il sacrificio di vivere in una tenda con il maestrale di questi giorni. I sacrifici e le scomode condizioni che vivono questi venti ragazzi e ragazze dal 23 dicembre (la semplice igiene quotidiana diventa un'impresa), sono un piccolo esempio delle difficoltà che nel quotidiano vivono le loro famiglie. E' una sana provocazione: un impegno che sottolinea la solidarietà che sta nascendo in un popolo difficile come quello sardo, e in particolare quello sulcitano. Sono tante situazioni personali (migliaia) che diventano simili, disagi e frustrazioni che uniscono tante famiglie.

I figli si svegliano, si organizzano e fanno compagnia ai genitori che in questi anni hanno fatto di tutto per difendere il loro posto di lavoro. I ragazzi ci raccontano delle tante persone che li sostengono: passanti, amici, parenti e colleghi di lavoro dei genitori. Caschetti dell'Alcoa si uniscono a quelli delle miniere in un via vai di facce ormai consumate dall'attesa. E' la speranza di una risposta che uccide più di una definitiva soluzione: negativa o positiva che sia. Il silenzio delle istituzioni è evidente: nessun politico della maggioranza di governo della Regione Sardegna ha pensato di sentire quello che i ragazzi vogliono. Solo generiche telefonate dalle segreterie del presidente Cappellacci e della Lombardo, insomma quasi nulla. In questi giorni di quasi campagna elettorale pochi politici, anche dell'opposizione, si sono fatti vivi. Forse troppo poco visibili in questa occasione...

Nel banchetto davanti Via Roma, si vedono vassoi di viveri che la gente porta loro, sconosciuti disoccupati o anche lavoratori che sanno quanto sia facile finire per strada da un momento all'altro. I sulcitani sono abituati da sempre alle difficoltà economiche, questa crisi è solo peggiore delle precedenti, ma lo schema è sempre lo stesso. Le aziende si lamentano per i troppi costi di gestione, non solo le bollette Enel, ma anche i trasporti o il costo del personale. Molto meglio per l'Alcoa trasferire tutto negli Emirati Arabi, dove i costi sono meno della metà. Quindi, punto e a capo.

Questi ragazzi sono uguali a quelli di vent'anni fa? Non saprei dire se sono gli stessi, che come me, manifestavano per gli stessi identici motivi, sono ragazzi che vorrebbero solo una vita normale. Noi in realtà sapevamo che un po di scioperi avrebbero permesso di far sopravvivere le fabbriche, oggi non basta più. Ci vogliono gesti eclatanti, bisogna far sentire più forte la voce per arrivare forse ad allungare la vita delle industrie. Le miniere sono un discorso a parte, se si avesse il coraggio di affrontare la realtà si dovrebbe ammettere che il rapporto tra costi e ricavi è nettamente a vantaggi dei primi, e quindi sarebbe ora di proporre un'alternativa a lungo termine. I ragazzi vogliono stare in Sardegna, sono assolutamente pronti a fare esperienze di studio o di lavoro fuori, ma per poi tornare. La Sardegna ha estremo bisogno di ragazzi che formino la nuova società, nuove famiglie, nuove aziende, nuova cultura. Se non lo fanno loro chi ci penserà?

Un augurio a questi ragazzi di non fermarsi al 2 di gennaio, giorno di chiusura dell'occupazione del "suolo" della Regione, ma di tenere vivo il Comitato Spontaneo "Figli della Crisi" (gruppo presente su facebook) per arrivare a chiedere la creazione di nuovo lavoro, non la  mera sopravvivenza.

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