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3 Settembre Set 2017 1205 03 settembre 2017

L'insostenibile leggerezza delle Primarie

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Non si parla di Milan Kundera, profugo ceco accolto dal socialista Mitterrand che gli diede la cittadinanza francese, anche se sarebbe bello e utile che molti politici lombardi leggessero il suo testo. Nel 2018 si andrà al voto per il rinnovo del Consiglio regionale della Lombardia, con molta probabilità, se non interverranno provvedimenti giudiziari, il candidato del centrodestra sarà l'uscente Roberto Maroni. Un candidato sicuramente forte e che ha un evidente appeal elettorale, per il centrodestra il problema non è tanto il candidato, ma la coalizione: nell'attuale maggioranza ci sono numerosi rappresentanti alfaniani, o meglio ancora, legati all'ex governatore celeste. I veti di Salvini ci sono già stati, ma tutto si risolverà passando per la cruna dell'ago di Stefano Parisi. Obiettivo: tornare alla coalizione che cinque anni fa sconfisse Umberto Ambrosoli. Nel centrosinistra, il Pd, dopo alcune richieste interne e molte esterne, ha dichiarato di essere disponibile a indire, per il prossimo mese di novembre, le primarie. Sicuramente, dopo le elezioni siciliane. Ma perché fare queste primarie? Il candidato c'è già e lo sanno tutti: si chiama Giorgio Gori ed è indicato dal gruppo dirigente locale dei democratici quanto da quello nazionale. Rimane soltanto un piccolo ostacolo costituito da Fabio Pizzul e da una parte dell'ala cattolica. Ostacolo facilmente superabile anche a detta dello stesso Pizzul. Questo scenario apre inevitabilmente uno spazio per la candidatura di qualcuno che rappresenti l'area più a sinistra. Qui, la scelta potrebbe ricadere o su un giovane – in corsa ci sarebbero Laforgia o Civati – o per un navigato come Antonio Panzeri. Qualunque sia il nome, risulta più che evidente che si tratterebbe di una partita impari, perché Gori risulterebbe nettamente vincente. Mentre il centrodestra giocherà la partita del Referendum ad ottobre, continuerà a governare ed è già in campagna elettorale, il centrosinistra passerà il suo tempo inevitabilmente a litigare sul nulla. Sulla scelta di Gori non sono stati consultati né gli iscritti al Pd né i circoli, verrà fatto con le primarie, ma le forze in campo parlano già da sé. Ma si è andato ben oltre: si è già discusso dei capilista a Milano – rumors parlano di Bussolati, per esempio. La lista, quella, rimane aperta, i contendenti non mancano: da alcuni attuali assessori a Milano, Rozza e Maran in testa a patto che Majorino faccia l'onorevole. Poi, resta l'immancabile Diana De Marchi, che la scorsa volta ottenne un risultato più che notevole soprattutto in città e che mancò di poco l'elezione. Cambiando la legge elettorale nazionale ci troveremo anche qualche onorevole senza incarico che guarderà con interesse alle regionali. La confusione non manca neppure sulla questione Referendum. Nel centrosinistra c'è chi ha deciso di votare sì, come Gori e chi invece tiene le distanze. A sinistra del Pd le idee non sembrano chiare: nel gruppo consiliare a Milano, si è costituito Insieme con una concezione molto legata a Pisapia, in Regione Sel ha solo cambiato il nome con la Cremonesi. D'Avolio e Rosati sono rimasti ancorati a Mdp e sarà sicuramente il secondo a fare il capolista, se non verrà chiamato a candidarsi alle primarie. Scenari fluidi che fanno riflettere sulla inutilità o, come direbbe Kundera, sull'insostenibile leggerezza delle Primarie. I problemi sono ben altri.

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