Missioni all'italiana

15 Luglio Lug 2013 1349 15 luglio 2013

Il buco nero dell'Europa

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Il Kosovo, come tutti gli altri Paesi fuoriusciti dall’orbita della Repubblica di Jugoslavia, continua nella sua fase di Balcanizzazione. Il primo obiettivo era l'indipendenza a cui andavano aggiunti un capo di stato, un proprio inno e la propria bandiera. Il punto cruciale è che l’economia di una nazione si
regge e dipende da tutt’altro. Dal 1° marzo 2011 in Kosovo, per la KFOR (Kosovo Force) sono presenti circa 550 militari italiani. Il
numero include il personale di Staff impiegato nel Quartier Generale  KFOR di Pristina e quello operante nell'ambito del Multinational Battle Group West e nel Reggimento Carabinieri MSU. La componente nazionale che partecipa all'operazione è schierata a Pristina, Belo Polje (Pec), Decane e Dakovica. Le diverse minacce alla sicurezza sono rappresentate dal rischio di violenze interetniche tra la comunità albanese e quella serba
visto che la maggioranza dei serbi vive in enclavi non vicine ai territori della Serbia, non comunicanti ed in condizioni economiche precarie; dal rischio di implosione e quindi una divisione violenta del Kosovo e dal rischio di atti ostili contro il personale delle Nazioni Unite. Questo rischio in passato era molto più sentito quando UNMIK (United Nations Mission in Kosovo) la faceva da padrone. UNMIK aveva trasformato il Kosovo in un territorio a tutti gli effetti di proprietà delle Nazioni Unite. Il primo caso di monarchia
assoluta delle Nazioni Unite; un atteggiamento severamente criticato dagli esperti di geopolitica. Da un rappresentante di UNMIK venivano esercitati tutti e tre i poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario (UNMIK REGULATIONS). La risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del giugno 1999, prevedeva garanzie per le minime forme di amministrazioni cercando di dar vita ad istituzioni locali. Un’ amministrazione temporanea che poi si è trasformata in un buco nero dell’Europa. Oggi il Kosovo vive di rimesse dall’estero, di aiuti internazionali e soprattutto di traffici illegali e criminalità organizzata. La forte disoccupazione favorisce il reclutamento da parte di organizzazioni criminali albanesi soprattutto tra i giovani. E' tra Tirana (Albania), Podgorica (Montenegro) e Pristina (Kosovo) che avvengono traffici criminosi che poi raggiungono l'altra sponda dell'Adriatico. Un triangolo che spesso ha trovato benefici negli stessi attori internazionali.

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