Missioni all'italiana

19 Settembre Set 2013 1209 19 settembre 2013

Addio alle armi in Afghanistan!

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Dopo aver abbattuto strutture e interi centri urbani la guerra in Afghanistan prende una nuova piega. Adesso è tempo di demolire tutt’altro. Allo stato attutale sono state distrutte più di 77.000 tonnellate di equipaggiamenti militari in vista del ritiro. In tutto sul territorio afghano ci sono 50 miliardi di dollari in mezzi, strutture, armi, dormitori, palestre per cui bisogna trovare una soluzione. L’idea originale era appunto quella di distruggere quelle pericolose e di vendere su internet un po’ di merce e rimpatriare solo alcuni mezzi. 35.000 veicoli insieme a 95.000 container entro dicembre lasceranno l’Afghanistan al costo di 6 miliardi dollari. Inoltre il governo afghano chiede dei dazi doganali per il trasporto fuori dal proprio territorio. Più di 200 milioni per autorizzare l’uscita dei containers. Quindi l’idea migliore ad oggi è quella di vendere la maggior parte delle cose utilizzando un sito internet appropriato. Un tesoretto da 50 miliardi che risanerebbe un po’ di costi calcolando che verranno distrutti 7 miliardi di dollari di equipaggiamenti pari al 20% del tesoretto che gli USA detengono in Afghanistan. L’alternativa per il ritiro degli altri mezzi è attraverso la cosiddetta Via del Nord centroasiatica che prevede, però dei costi elevatissimi, circa 17.500 dollari a container, contro i 7.200 che potevano essere previsti attraverso la via meridionale marittima attraverso il Pakistan. Le armi restano il problema più grande in un Afghanistan sempre più corrotto dove molti capi tribali potrebbero fare a gara per appropriarsene. Un sistema alimentato dagli stessi americani, visto che la CIA, come riportato dal “New York Times”, nel corso degli anni ha fatto pervenire ai servizi del presidente afghano Hamid Karzaï decine di milioni di dollari, portati in Afghanistan in valigie, zaini e sacchi di plastica. Questi soldi a quanto pare non solo hanno consolidato l’influenza dei servizi di spionaggio statunitensi, ma nel tempo anche la corruzione legata a capi tribali e guerrieri talebani.

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