Missioni all'italiana

28 Agosto Ago 2015 1526 28 agosto 2015

L'Italia e il suo avventurismo africano

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La più grande sconfitta di un paese europeo rispetto ad uno africano avvenne ad Adua nel 1896. Morirono circa 5.900 tra italiani e ascari. Maggiore il numero dei morti abissini (valutato tra i 7.000 e i 12.000), ma loro erano attorno ai 120.000 e noi in tutto 17.500. Lo storico Nicola Zotti ricorda che “Ognuno scappò dove poteva, facilitando il compito degli inseguitori. Quando in maggio le nostre truppe arrivarono sui luoghi della battaglia per seppellire i cadaveri, ben 1.500 dei 3.025 corpi ritrovati, giacevano fuori dell'area della battaglia, uccisi durante la ritirata”. L’Italia pagò a caro prezzo il suo avventurismo geopolitico in Africa così come oggi paga per la sua politica scellerata nei confronti nel continente africano dalla questione migranti alla possibile guerra in Libia. All’epoca non c’erano gli attuali ministri della Difesa o degli Esteri ma c’erano Crispi e un comandante in capo nonché Governatore dell’Eritrea, Oreste Baratieri. Il piano di quest’ultimo prevedeva che le 4 brigate di cui era composto il corpo di spedizione formassero un'ala destra (brigata Dabormida), un centro (brigata Arimondi), un'ala sinistra (brigata indigena Albertone) e una riserva (brigata Ellena), e formulava due ipotesi di schieramento, una principale ed una secondaria. La mappa disegnata da Baratieri era molto diversa dalla realtà del terreno e gli abissini erano molto meglio armati di quanto pensassimo. Avevano 46 modernissimi cannoni a tiro rapido Hotchkiss, mitragliatrici Hotchkiss e Maxim, e 120.000 fucili altrettanto moderni, acquistati da mercanti di armi privati. Tutti gli italiani morti, i prigionieri ascari ed alcuni prigionieri italiani furono evirati o mutilati, in base ad un'usanza comune agli abissini del sud. Le vittime venivano trascinate davanti al carnefice, il quale stretto il braccio destro del condannato, conficcava nelle carni un affilato coltellaccio, girandolo intorno all'articolazione del polso fino a recidergli i legamenti, quindi piegava e torceva fino a staccare la mano spruzzante di sangue. La vittima cadeva dal dolore, ma gli veniva posto il piede sinistro sul ceppo dove il carnefice vibrava a due mani il grosso sciabolone ricurvo. La vittima veniva poi condotta ad immergere i moncherini in dei recipienti di grasso fuso bollente. I prigionieri italiani furono divisi tra le tribù. Molti morirono per le ferite, le sevizie e la marcia da Adua a Socota, di 900 km e che durò 3 mesi. Gli altri rimasero prigionieri fino al marzo del 1897 quando furono raggiunti gli accordi di pace. I combattenti al rientro sbarcarono a Napoli, nella più completa indifferenza e con l’obbligo di tenersi lontano dai giornalisti e di non parlare con nessuno della battaglia di Adua. Tra coloro che rientrarono in Italia, un molisano di Palata, Plescia Giuseppe fu Luigi, eroe nella battaglia di Abba Garima. (Adua). Morirà nel marzo del 1944. In quella battaglia del 1 marzo 1896 s’infrangeva il sogno del primo colonialismo italiano. Adua divenne il simbolo di un’Italia lanciata allo sbaraglio.

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