Mister Right

14 Giugno Giu 2012 0046 14 giugno 2012

L'om...l'è l'om (oppure no?)

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David Beckam. Il punto più basso toccato dal suo look: il pareo.



Mia nonna, incredibile donna nata nel 1918, questa frase la diceva sempre per giustificare presunti privilegi spettanti ai maschi della nostra famiglia, che andavano dal «loro si siedono a tavola quando è pronto», al «loro possono stare alzati fino a tardi a giocare a carte» al «l'ultima fetta di salame mantovano la mangia il nonno che è un uomo».
Ma le serviva anche per chiarire bene quale fosse il loro campo d'azione, come con il pragmatico «non fate toccare i gnolini di Natale agli uomini, che son solo buoni a rubare il ripieno dalla ciotola» (e ci aggiungo anche, avendolo sperimentato negli anni successivi, non sono neanche in grado di farsi dare dal macellaio un trancio di cappello del prete come si deve, per prepararlo il ripieno).

E io, che femminista e paladina della parità dei diritti non lo sono mai stata, nonostante in casa sia sempre stata io, per via di un ex marito imbranato, a dover uccidere gli scarafaggi, cambiare le lampadine, appendere i quadri, usare il trapano, a questa faccenda che l'uomo è l'uomo...ci credo ancora adesso. Ovvero, credo che l'uomo debba fare l'uomo. Debba ESSERE uomo. Attenzione, questo discorso non ha niente a che vedere con gli orientamenti sessuali. Qui si parla del maschio etero medio. Che da certe cose dovrebbe stare lontano, perchè quello è un campo d'azione da femmine: le contaminazioni della moda, per esempio. E ve lo dice una che da quando ha 16 anni ha una cotta per David Beckam. Ma di fronte alla visione di lui in pareo...ha sentito qualcosa rivoltarsele dentro. Un uomo non lo mette il pareo. Punto.
Un uomo non deve accompagnare la moglie o la fidanzata a comprare la biancheria intima. L'uomo intelligente dice in determinati momenti e contesti cosa gli piacerebbe e poi ci pensa la donna ad andare a scegliere, casomai con un'amica.
Alla larga anche dalla cucina. Per favore. E non cominciate a menarmela con la storia che i più grandi cuochi del mondo sono uomini. Vero. Infatti, personaggi come Carlo Cracco possono essere inseriti a buon diritto nella hall of fame dei figaccioni per cui una donna potrebbe mandare a ramengo la propria intera vita. Il problema è che voi uomini medi, o diventate maniaci come accade più o meno per tutte le vostre passioni e quindi sfinite la partner parlandole per ore del pomodoro biologico con il quale ritenete di aver preparato il miglior sugo del mondo, sentendovi dei grandi chef (poi voi domandate se sono mai stati da Eataly a Torino e loro cadono dal pero), oppure...vi comportate come i tre barlafuss che ho avuto il dispiacere di conoscere stasera.

Due ore di corso di cucina per imparare a preparare dei cupcake al mohito. (E pensare che una volta ci andavi a capire come si faceva la pasta in casa...).
Tra gli otto partecipanti, tre sono uomini. E voi dovreste avere avuto, come la sottoscritta, il piacere di osservarli. Non saprei dire se alla fine ero più sbarellata per via dei due cocktail che ci erano stati offerti dal prestante barman, o, come credo, in conseguenza della visione di questo spettacolo inquietante.
Un trio di Peter Pan dall'aspetto fisico che avrebbe spento qualunque pulsione sessuale anche in una ninfomane. Ma che come spesso accade in questi casi, «se la credevano» abbastanza da darsi forza uno con l'altro. Giusto per inquadrarvi i tipi, due sono pelati, over 40 ma non troppo, sovrappeso di qualche chiletto. Giocano a fare i radical chic indossando occhiali dalla montatura colorata di quelli che si attaccano sul davanti (oggetto che mi ha fatto sperare per tutta la sera di vederli pizzicarsi la pelle in mezzo agli occhi durante l'attacca-stacca. Purtroppo non è successo). Indossano una camicia scozzese (uomini, la camicia scozzese sta bene solo addosso al cowboy delle vecchie pubblicità della Marlboro. Punto. E peraltro, siamo in Via Larga a Milano alle sette di sera di un mercoledi di giugno. Non nel vostro ranch in Wyoming) di una taglia in meno, che tira un pò sulla pancia e lascia intravedere la maglietta della salute bianca sotto.
E naturalmente (era l'unica cosa che avrebbe potuto salvarli in corner) non è indossata con disinvoltura sopra i jeans, ma infilata come se l'avesse accomodata Michelangelo...dentro i jeans. Un mio ex, che mi auguro non legga queste righe, aveva lo stesso vizio. E per tenere ferma la camicia, la infilava nelle mutande. Capite che non avrebbe mai potuto funzionare.
E i jeans....oddio....fenomenologia del jeans da uomo: per favore, niente jeans di una taglia in meno per evidenziare il pacco. Vi prego. E non dite che non lo fate per quello, che non ci crede nessuno. Il jeans, se avete meno di 40 anni, può essere fintamente loose, un pò scazzato ma sexy. Se siete over 40, il signor Levi Strauss ha inventato i 501. Usateli, benedetti disastri ambulanti.

Poi c'è il terzo. Che di anni ne ha forse appena 30. Ed è l'uomo t-shirt. Lasciate che vi spieghi una cosa. La t-shirt è lecita. Nessuno vi dice che dovete girare in giacca e cravatta (la cravatta, questa sconosciuta....). Ma la t-shirt deve avere un senso. Deve avere personalità. Deve raccontare qualcosa di voi. Ce ne sono migliaia in giro. Aprite gli occhi. Quello che non è lecito a quell'età è una maglietta color verde militare indossata su un pantalone kaki stropicciato e....si, avete indovinato. I sandali Birkenstock. Ne faccio una questione di patriottismo: noi siamo ITALIANI. Noi siamo quelli di Armani, di Prada, di Loro Piana, di Gucci....noi siamo il modello di riferimento per lo stile. I tedeschi no. E infatti i Birkenstock li hanno inventati loro. Lasciate che siano loro ad indossarli. Vi prego. (E spero per voi che non vi stiate accompagnando a un uomo che i Birkenstock li indossa con il calzino bianco, perchè se no spengo il Mac e me ne vado).

Appena il nostro insegnante inizia la spiegazione della ricetta, loro fanno quello che mediamente gli uomini fanno quando si parla di calcio: gli espertoni. «I tennici», li chiamava Stefano Benni nel memorabile Bar Sport. Peccato che qui non siamo al circolo, ma da California Bakery e noi vogliamo sentire dall'insegnante qual è lo zucchero migliore. Uno dei tre si vanta di sapere che ancora meglio dello zucchero di canna classico, è quello di canna bianco. E aggiunge, dando di gomito al vicino: «Sai, me lo hanno insegnato sulla spiaggia a Varadero». Con significativa risatina che dice: «Quanta gnocca quella volta». Questi sono quei geni che ci parli e ti dicono che a Cuba si sta da Dio. Sì, certo, alla Valtur. O se attraversi l'Havana in pullman con aria condizionata, ascoltando Gigi D'Alessio nel tuo Ipod da 140 euro.

Il trentenne, al momento di usare lo sbattitore per amalgamare lime, zucchero e burro, si attiva con una tale foga che l'insegnante gli dice di non esagerare e lui (si, avete indovinato....) fa la seguente battuta: «È che a me sbattere piace molto». Io sogno l'arrivo dei marziani, che azzottino l'intero locale, trasportandomi in un universo parallelo. Ma non accade. E così mi tocca anche assistere al racconto di come intendono usare questa arte culinaria con le donne: scopro che hanno fatto, tutti e tre, il corso per imparare a preparare il sushi in casa - e naturalmente sono tutti e tre più bravi di Roberto Okabe del Finger's - e che sentono che per prendere davvero una donna per la gola gli manca un po' di arte dolciaria. E non gli sembra vero di poterla combinare con l'alcool. Quello che fino ad allora è rimasto un po' in disparte chiude con questa perla: «Bhè, allora qui la sfida diventa farle mangiare i cupcake prima di cena, così poi è tutta in discesa». Sì, è una discesa agli inferi, se ti ritrovi a cena con uno del genere.

Abbandono il gruppo appena in tempo per sentire che chiedono all'insegnante se può spiegare anche come si prepara un bel mohito rinforzato. E penso che forse l'unica soluzione che resta a questi tre quiquoqua è stordirla con il cloroformio, una donna.
Mi viene quasi da sperarlo per lei.

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