Mister Right

17 Giugno Giu 2012 1543 17 giugno 2012

Lost in Translation

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Weekend a Trieste per seguire le celebrazioni del Bloomsday. Appassionati di Irlanda e amiche da rivedere, la città che è sempre magica, la birra irlandese che scorre a fiumi. Il mix perfetto.
Poi. Poi mentre sono al Museo Sartorio ad ascoltare una lettura di Ulysses in mezzora, in piedi da tanta gente c'è, vengo letteralmente travolta da un uomo di una certa stazza che si fa largo tra la folla per raggiungere il palco. La prima cosa che mi colpisce è il modo in cui mi accarezza il braccio per scusarsi, la seconda il suo profumo, la terza il sorriso devastante. Dieci secondi e ho le caldane.
Lui, 50enne con l'aria da belloccio, non dà minimamente segno di avermi notato. Anche perchè io, che tendenzialmente sono sempre abbastanza curata, visto che sono partita alle cinque del mattino da Milano e una parte di me si è squagliata lungo l'A4, sono in modalità capelli accrocchiati in qualche modo sulla testa, pallore mortoreo e ballerine adatte a guidare.
Alla fine del suo intervento, le nostre strade si dividono e mentre io sono a pranzo sul lungomare penso al mio film preferito: Lost in Translation, di Sofia Coppola. Ovvero: la storia del potenziale grande amore tra Scarlett Johansson, giovane e infelice sposina e Bill Murray, attore hollywoodiano in crisi di mezza età, ambientata al Park Hyatt Hotel di Tokyo. Potenziale perchè per tutto il corso del film si assiste al crescere del rapporto tra loro, della confidenza, del piacere di stare insieme. E si capisce perfettamente che sono loro, l'uno per l'altro, Mr. E Ms. Right. Ma la vita ha scelto diversamente...e tra loro l'amore rimane lì, senza esplodere mai davvero. La scena finale è un memorabile bacio che Bill stampa sulle labbra di Scarlett mentre passeggia per le strade di Ginza, sussurandole all'orecchio qualcosa che lo spettatore è libero di immaginare, visto che non viene rivelato.
Lo sogno da sempre un amore così. Uno di quelli che sai che potrebbe funzionare, ma come un'eroina di un feilleuitton francese...il destino ti gioca contro.

Lo rincontro a una performance teatrale live. Mi sorride e incredibilmente si avvicina e mi dice: «Scusa per stamattina, mi fa piacere vedere che sei ancora tutta intera». Sono le cinque del pomeriggio. Un'ora dopo sono seduta in piazza Unità d'Italia a bere uno Spritz con lui. Due ore dopo siamo all'Orto Lapidario a seguire una conferenza. Tre ore dopo passeggio accanto a lui per la città vecchia, mentre racconta la Trieste joyciana alle 100 persone che lo ascoltano. Vedo signore di ogni età che se lo mangiano con gli occhi. Ma non essendo fessa, mi rendo conto che, tutto sommato, lui guarda me. Spero solo che non si renda conto che nei miei, di occhi, ci suono due cuori che ruotano che nemmeno quelli di Hello Spank.
Ora dell'una abbiamo parlato così tanto che so già tutto quello che mi serve per avere un unico pensiero: «Come potrei mollare la mia vita milanese per trasferirmi qui e vivere con questa meraviglia di uomo, parlando di letteratura?». Perchè lui è uno scrittore, americano trapiantato a Trieste, ed è anche uno dei più noti traduttori di Joyce in italiano. Il mio animo romantico (e malato, ve lo concedo), pensa che il parallelo Lost in Translation-colpo di fulmine per il traduttore...non può essere certo casuale.
Già mi vedo, a seguirlo nei suoi reading in giro per il mondo, a stirargli la camicia bianca che porta - rigorosamente fuori - su un pantalone beige che sembra disegnato, da tanto cade bene. Penso a questo blog e mi immagino a scrivere il mio ultimo post, dalla nostra casa negli Hamptons, mentre lui fuma la pipa e mi parla con quella voce meravigliosa.
Arriva il momento di salutarci. Mi sento Scarlett. Lui dice: «Torni, un giorno?». Io rispondo: «Certamente». Sapendo benissimo che non succederà mai. O che se anche dovesse succedere, quell'atmosfera magica non si ricreerà più. Ed è proprio questo il bello. Mi abbraccia e mi stringe il tempo necessario a fissare questo momento nella mia mente per un bel po'.
Ci allontaniamo in due direzioni diverse.
A quel punto, come un flash, mi rendo conto di una cosa: indossava i Birkenstock. I famigerati. Senza calze, per carità. Ma pur sempre Birkenstock.
Rido da sola mentre cammino per i vicoli triestini. Sostanzialmente, l'ultimo post del blog si sarebbe intitolato: «Mr. Right esiste. E indossa i sandali alla tedesca». Ecco. Anche no.

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