Mister Right

20 Agosto Ago 2012 1855 20 agosto 2012

Dio benedica l'inventore del chiringuito

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Chiringuito. Avventure che neanche Bukowsky in Barfly.



Domenica d'agosto, che caldo fa (ndr. non attaccate con il motivetto di Bobby Solo, per favore). Quando il terzo anticiclone dell'estate 2012 decide di posizionarsi di nuovo su Milano, non resta che fare una cosa: tirare giù la tapparella della camera da letto, accendere l'aria condizionata e sonnecchiare tutto il giorno. Anche perchè questo è il modo migliore per prepararsi all'uscita della domenica sera con l'amica, diventata una tradizione, ormai.
Il problema è DOVE andare. Ci pensa lei e propone il chiringuito di corso Indipendenza.
A me la parola chiringuito fa orrore. Mi fa tanto festival Latino Americano (e io mal tollero tutto quello che è salsa, bachata, ecc...), ma decido di fidarmi.
Appena arrivate ci arrampichiamo su due sgabelli e di fronte a una birra e a un mohito, attraversiamo la prima fase.

LO SVUOTAMENTO. Ovvero: si aprano le dighe. E ognuna racconti la sua sfiga del momento all'altra. Che ha il dovere di relativizzare (ndr. il che significa dire frasi come «ricordati che tu esisti al di là di lui», «guarda che quello dovrebbe ciucciarsi i gomiti solo per aver avuto la possibilità di annusare il tuo profumo», o anche l'intramontabile «la verità è che sono tutti quaqquaraqquà, incapaci di reggere il confronto con noi»).

IL RIEMPIMENTO. Il riempimento della panza, per la precisione. Quando il primo cocktail comincia a fare effetto, è il caso di mangiare qualcosa. Per la vecchia regola, che o compensi con l'acqua, o compensi con il cibo. Peccato che al chiringuito servono solo...lupini. Avete capito bene. Lupini. Ora io mi chiedo: a) ma cosa diavolo sono i lupini? Maledico di non aver mai ascoltato i racconti del nonno calabrese del mio ex marito. Almeno adesso saprei se i lupini sono la stessa cosa della fave e mi toglierei il terrore, inculcato da mia madre quella menagrama, che magari soffri di favismo senza saperlo e finisci all'ospedale.  b) Ma cos'è? Un happy hour alternativo? Ma le care, vecchie olive no? c) Lo sapevo che non dovevo cedere alla tentazione di venire in questo baracchino sfigato, perchè di questo si tratta, diciamocelo.

IL RABBOCCO. La fase sbronza triste è passata. Si entra ufficialmente in quella «bimbeminchia». Ovvero. Scambio degli anelli di fidanzamento, retaggio di una storia finita, con pubblicazione della foto su Facebook e conseguente scatenamento dei commenti di amici e curiosi. Il barista, gran figo, se la ride, mentre io comincio ad avere qualche difficoltà a stare in equilibrio sullo sgabello. Anche noi ridiamo a nastro, senza una ragione particolare, programmando la prossima estate. Il che, considerato che manca un anno, trasmette il senso di come siamo messe. Ed è esattamente mentre solleviamo per un cin cin il secondo mohito e la seconda Corona, che accanto a noi si palesano due giovanotti.

BUONA LA TERZA. Partecipano al nostro brindisi. E in un attimo siamo già amici. Sono due golfisti. La conversazione prende subito una piega pericolosissima: politica. Il primo si dichiara orgogliosamente mussoliniano. La mia amica trasecola. Sposta leggermente l'occhiale e svela, nell'ordine, che a) è bolognese b) è di sinistra c) tollera tutto ma i mussoliniani no. E si sente rispondere che è proprio un bel clichè fatto e finito. Già mi vedo, a replicare la rissa scatenata in terra croata. Ma loro sono simpatici e riusciamo anche ad avere un dibattito civile.
Camminiamo di nuovo su un terreno accidentato quando parliamo di calcio: oh, si vede che ultimamente non mi riesce di uscire con uno che tifa la squadra giusta (milanisti....dove siete????). Infatti, il mussoliniano è interista.
E becca un fail clamoroso anche quando parliamo di sushi, dicendomi che gli piace, ma ne ha mangiato troppo (ndr. Si vabbè, tiratela).
Però: è terribilmente carino. E maestro dell'arte di flirtare. Gli si può perdonare anche qualche difettuccio.
L'amico, nel frattempo - che indossa delle imperdonabili infradito - sta intavolando una conversazione di cui mi sfugge il senso, con la mia amica. Forse perchè intanto mi hanno servito il terzo mohito. Capisco che parlano di filosofia. E la invidio per la sua lucidità. Ringrazio il buon senso di aver messo un tacco non troppo alto - il famosissimo tacco da lucidatrice - e penso con orrore che devo guidare. Con la sfiga che ho ultimamente, mi fermano sicuro.
Ho la forza - saranno state le proteine contenute nei lupini - di rifiutare un invito a un bagno notturno in piscina, consapevole che non sarei in grado nemmeno di nuotare a cagnolino. E di trascinare via la mia amica, perfettamente calata nella parte della donna al bar, che oltre alle tre birre beve anche metà del mio mohito. Ed è fresca come una rosa. La amo.
Prima, chiaramente, ci scambiamo i numeri di telefono e l'amicizia su Facebook. E ricordiamo ai due giovanotti che tocca a loro, adesso, fare la prima mossa.
Finisce con un vago ricordo di me che, seduta per terra in zona Porta Venezia, sotto casa dell'amica, rido come una scema e le faccio promettere che non usciremo più la domenica sera, perchè siamo un danno ambulante.
Parcheggio sotto casa. La radio passa Tiziano Ferro. Chiudo gli occhi. E penso che tutto sommato, in una notte così, anche senza Mr. Right, si sta da Dio.

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