Mister Right

9 Settembre Set 2012 2320 09 settembre 2012

Metti una sera...in balera

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La Balera dell'Ortica. Milano, balli e amori che non esistono più. Purtroppo.



Milano bloccata. C'è la Vogue Fashion Night. Decido di abbandonare l'approccio snob del tipo «no vabbè, in quel carnaio pieno di sfigate che vogliono fare le Anna Wintour io non mi ci infilo». Vita stravolta per vita stravolta, tanto vale cambiare anche le abitudini.

Trovo il sodale perfetto nella mia compagna di vacanze, di avventure, di chiacchiere, di cuore. Deciso. Ci vestiremo anche noi in modo improbabile e ci avventureremo per le vie del centro. Poi. Nove e mezza di sera. Mentre sto scegliendo se farmi venire il mal di schiena del secolo con un tacco 12 nero o un tacco 14 rosa antico, arriva il suo sms: «Vale, contrordine. Si va in balera. Look radical chic, please».
In balera? Di colpo, mi ritrovo al 1992. Quando, in uno sperduto paesino dell'entroterra ligure, ogni sabato sera la pro loco organizzava delle grandiose serate a base di spaghettate al pesto e orchestra live di ballo liscio. Le so tutte, da allora. Polka, mazurka, valzer, posso dire di essere una discreta piroettatrice da pista. Fanculo la Fashion Night. Jeans, camicia bianca e stivaletto da cowboy (vedi mai che c'è da fare anche il passo in linea).

La balera è all'Ortica, uno dei pochi posti in cui Milano ha ancora la parvenza di essere un posto vivibile. Età media: 60 anni. Pista strapiena. E l'orchestrina, che intona Romagna Mia. Intorno, luci colorate che penzolano, piatti di pasta al sugo con le polpette (ndr. una delle cose più buone che abbia assaggiato). Chiediamo di sederci all'unico tavolo dove c'è posto. Su cui troneggia un biglietto con scritto: «Riservato, Porcu X 7». Il nome ci fa abbandonare ogni esitazione. Nonostante gli unici tre occupanti del tavolo (ndr. giustamente definiti «i tre porcu») siano: un sosia mal riuscito del cantante dei Cugini di Campagna, di tutti e due intendo, una replica fallata di Pantani e un residuo di quello che un tempo doveva essere il playboy della zona.
Sembra abbiano visto Belèn. Si illuminano. E ci offrono da bere. Rifiutiamo, decise a restare sobrie per due ragioni: a) la sottoscritta dovrà guidare sino a casa, ma soprattutto b) da ubriache si piroetta male. Quindi, ingoiamo un paio di polpette, un sorso di lambruschino e via. I tre porcu accennano un: «ma ragazze, come, ci abbandonate così?», ricevendo come risposta uno sguardo alla «cocco, guarda che dovresti andare a baciare il gagliardetto del Milan che ti penzola dallo specchietto della macchina, per aver sostituito due dei tuoi commensali con noi». E ci allontaniamo, verso quello che è a tutti gli effetti una copia perfetta del set dell'ultima scena di Pane e Tulipani.

Siamo a bordo pista. E ci scatta quell'ansia da 14enne che credevi di non dover mai più provare nella vita. Quella per cui alle feste nessuno ti invitava a ballare. Perchè diciamocelo, tutte noi siamo state dei cessi atomici alle medie. Capellli improbabili con il frisè, le felpe fosforescenti della Energy, se eri una tamarra, o i nastri in testa della Naj-Oleari e le Timberland se eri una paninara.
Ma evidentemente, i tempi sono cambiati. E grazie a Dio, a quanto pare, siamo cambiate anche noi. Tanto che passa meno di un minuto prima che Mario si avvicini. E ci domandi cosa facciamo lì impalate. Una mano ciascuna, ci accompagna in mezzo ai professionisti del liscio. E dice: «Non dovete essere timide. Avete il corpo, usatelo». Dev'essere una specie di parola d'ordine. Perchè in un secondo si avvicina un amico di Mario, di cui non ho avuto il piacere di conoscere il nome, che osserva: «Non potevo mica lasciare una di voi due da sola».

Quindi. Attenti e gentiluomini. A dispetto di una improbabile tenuta in total look bianco, con camicia aperta sul pelo (bianco anche lui) e scarpa in vernice lucida per Mario e di polo con maniche troppo lunghe, di una improbabile fantasia stile carta da parati anni Settanta, e infilata nei pantaloni, per l'amico.
Riusciamo anche a fare una dignitosa figura, seguendo i passi dei nostri Tony Manero.
E ci entusiasmiamo al punto tale che siamo tra le scatenate groupie che un paio di ore dopo chiedono il bis sotto il palco dell'orchestra.
Poco distante, c'è una coppia che non riusciamo a smettere di guardare. Lui è su una sedia a rotelle. Lei lo tiene per mano, balla davanti a lui, lo fa girare a tempo di musica, gli riempie la testa e la faccia di baci. E lui la guarda incantato, con quello sguardo che hai solo quando l'amore è così meraviglioso da non sembrare vero. Un alibi perfetto per farci anche un micro-pianto, noi che siamo donnine tutte di un pezzo e non piangiamo MAI (si vabbè...).

Finisce la serata e noi ci stiamo dirigendo verso la macchina. Abbiamo dietro quattro signore decisamente più in ordine di noi, che hanno almeno sessantacinque anni. Commentano: «Stiamo attente ad attraversare qui che è pericoloso. Se no sai domani sul giornale? Quattro belle ragazze investite per strada». Ridono. Ridiamo anche noi. Poco più indietro i mariti commentano: «È vero, siete proprio quattro belle ragazze! Se no mica avremmo fatto quarant'anni di matrimonio!».
Ci guardiamo. Non abbiamo bisogno di parlare. Abbiamo lo stesso pensiero.
Questa Milano non esiste più. E nemmeno quell'amore lì. Peccato.

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