Mister Right

19 Marzo Mar 2013 1226 19 marzo 2013

Il grande EX

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Padri e figlie.



Era il 30 giugno del 1976. Tipo le tre e mezza del pomeriggio di un giorno caldissimo. «Signor Volponi, venga, è nata sua figlia». «No, guardi che si sbaglia, io aspetto un maschio». «Senta, si fidi, guardi che sua moglie ha appena partorito una bambina». «Si fidi lei, piuttosto. Dalla grandezza della pancia il ginecologo ci ha garantito che è un maschio, abbiamo già deciso persino il nome! Si chiamerà Marco Alessandro». «Va bene, faccia come crede. Ma le assicuro che nella nursery vedrà una femmina. Le conviene pensare a un'alternativa».
Il mio ingresso nel mondo è stato questo. Il «gran rifiuto» del primo uomo della mia vita. Che a quel punto, arresosi all'evidenza che ero una femmina, ha pensato bene di darmi il nome di una sua ex fidanzata, Valeria.

Capite bene che con un esordio del genere, le cose non avrebbero potuto funzionare. E quindi il contorto rapporto con mio padre ha finito con il condizionare tutte le mie relazioni con gli uomini. Sembra psicologia da cortile, ma è dannatamente vero.
Sono certa che molte di voi capiscono perfettamente, con quella sensibilità che è solo femminile, di cosa parlo.
Quante volte ci siamo dovute arrendere alla sua ostinata assenza, al suo sistematico rimproverarci senza dirci mai che eravamo state brave, al suo proporci un modello da imitare al quale non volevamo o potevamo arrivare, al suo maldestro tentativo di segnare il territorio odiando in maniera scientifica qualunque nostro fidanzato, al suo patetico riversare su di noi il male che intendeva fare a nostra madre.
Quante volte avremmo voluto sentirci dire che eravamo belle. Quante volte sarebbe bastato prenderci sulle spalle e aiutarci a fare la salita in montagna, invece di urlarci addosso di non fare le piattole, convinti che questo ci avrebbe temprato e difeso dai mali del mondo. Quante volte sarebbe bastata una passeggiata insieme, una chiacchiera sincera e onesta, un guardarsi negli occhi. Quante volte abbiamo sognato il ballo dei 18 anni e il nostro papone che ci viene a prendere tra la folla e ci fa piroettare come se fossimo delle principesse.
E invece no. Tanti di loro hanno scelto l'assenza. E noi ci siamo dette che si poteva anche fare senza. Come se da un padre  - o da una figlia - si potesse prescindere.
E così è finita che ci siamo scelte un marito che all'apparenza poteva essere il padre che non avevamo avuto. Al quale abbiamo chiesto protezione. Del quale abbiamo, inutilmente, cercato l'attenzione facendo scene in qualche caso esagerate. Convinte che fosse lui a dover guidare il gioco, ci siamo messe in un angolo, scomparendo piano piano.
Con il risultato che alla fine, siamo state nuovamente abbandonate. Una ciclicità che è il sogno di ogni analista. Ma che deve farci riflettere.
Il padre di ognuna di noi è un ex ingombrante. Con il quale dobbiamo trovare un modo di convivere, che ci piaccia o no. Quanto meno per non portarci nella tomba il senso di colpa per non aver saputo essere diverse. A volte ci da una mano il destino, a farlo.
L'anno scorso mio padre si è ammalato, all'improvviso. Hanno dovuto operarlo d'urgenza al cuore. La mattina alle sei, quando lo hanno portato in sala operatoria, c'ero io accanto a lui. E avevo nella borsa un pacchetto di lettere che gli avevo scritto quando, circa 18 anni prima, se n'era andato di casa. Le avevo cercate apposta. Più o meno consciamente pensavo che, se fosse morto, avrei trovato in quelle lettere la rabbia necessaria a farmi stare meno male e a sentire meno la sua assenza.
Ho aperto la busta. In mezzo c'era un foglio protocollo. E la mia scrittura di terza elementare. Diceva «19 marzo 1985, Festa del Papà. Caro papà, oggi che è la tua festa ti voglio dire che ti voglio tantissimo bene e per me è importante sapere che faccio le cose che ti rendono contento. Quando mi insegni le parole in inglese e le ripeto giuste e tu mi dici brava, io sono molto felice».
Il medico mi ha detto che quando l'hanno portato in rianimazione e si è svegliato, smadonnava attraverso il respiratore e chiedeva di me in modo ossessivo. A 36 anni di distanza, un altro ospedale. E un finale diverso.
Grazie al quale abbiamo fatto, finalmente, la pace. È il mio augurio a noi donne, oggi.
Di non avere conti in sospeso con l'uomo da cui tutto è cominciato.

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