Nimby

28 Gennaio Gen 2015 0206 28 gennaio 2015

Grillo, il Quirinale e il candidato di secondo grado

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Roma: alcuni parlamentari del Movimento 5 stelle sono usciti dalla Camera per dimostrare la loro solidarietà ai manifestanti pro-Rodotà di fronte a Montecitorio.

Se accusi qualcuno di tradire il popolo, sarebbe un esercizio di buon senso non aver commesso lo stesso errore per primi.

Perché se è vero che il silenzio di Matteo Renzi è snervante, quanto irrispettoso verso il popolo italiano, le richieste di Beppe Grillo sono altrettanto stucchevoli e prive di ogni fondamento, sia giuridico che politico.

Praticamente Beppone nazionale passa ad inventare una nuova categoria. Già il quella del presidente della Repubblica è un'elezione di secondo grado, cioè il capo dello Stato è eletto da parlamentari eletti a loro volta (anche se col Porcellum sarebbe meglio dire nominati), ma far votare agli iscritti (account, perché non c'è luogo fisico di incontro se non nei meetup) ad un movimento uno tra dieci candidati - pardon, nove, perché una, Lorenza Carlassarre, s'è ritirata: aveva cose più serie da fare - scelti dai parlamentari del Movimento stesso, è addirittura una candidatura di secondo livello...

La balla colossale di tutta questa storia è che c'è pure chi crede che sia il popolo a scegliersi il presidente della Repubblica, in questo modo.

Ebbene no, nessun popolo sceglie nessun presidente della Repubblica. Quello può farlo il popolo di un Paese in cui vige il presidenzialismo o il semipresidenzialismo. L'Italia invece è una Repubblica parlamentare, non presidenzialista (purtroppo, aggiunge il sottoscritto).

Se ci fosse il sistema francese o americano, oggi ognuno di noi potrebbe candidarsi per il Colle, se ne avesse i requisiti. Con il metodo di Grillo, invece, no. I candidati li sceglie lui (anche all'insaputa degli stessi) e poi chiede ai suoi iscritti quale gli fa meno schifo (che ci vuoi fare, so' fatti così).

Dunque, ricapitolando. Beppe punta il dito contro Matteo perché non fa il nome del suo candidato, poi questo nome lo chiede a deputati e senatori del partito di Matteo, che rispondono in 4 o 5 (tutti prodiani tranne uno, che lo invita ad andare a zappare) e lui mette in lista Prodi, più altri 3, i cui nomi saranno resi noti solo il 28 gennaio (un po' come Matteo che dirà il suo sabato, prima del quarto scrutinio si spera), poi chiede alla sua base di collegarsi al blog (contatti unici freschi, linfa vitale per gli introiti pubblicitari via Google Adsense), votare e scegliere il candidato del M5S per il Quirinale.

L'anno scorso la spuntò Stefano Rodotà, acclamatissima bandiera pentastellata dopo essere arrivato terzo alle Quirinarie (i primi due, Milena Gabanelli e Gino Strada rifiutarono, perché anche loro c'avevano cose più serie da fare), oggi invece potrebbe toccare a Romano Prodi.

Tanto che a tal proposito è già partito il toto-jingle: quale sarà il coretto stavolta. Ro-do-tà era musicale, funzionava, Pro-di decisamente no.

Ma magari non è il Professore, magari è un altro. Chissà, tanto sceglierà la Rete. Sceglierà il popolo. Anche se tra le due categorie ci passano circa 59 milioni e 900 mila persone appena di differenza. Ma questi sono dettagli.

L'importante è cambiare la politica. Per Matteo come per Beppe: uno rottama e l'altro inventa. E stravince pure, Grillo. Perché inventarsi il candidato di secondo grado è un colpo da maestro.

Ma in fondo tutto fa brodo, #chissenefrega delle regole e del buon senso. Basta che sia musicale!

Pro-do-tà!, Pro-do-tà!, Pro-do-tà!...