Nimby

20 Ottobre Ott 2016 2040 20 ottobre 2016

Referendum, chi spinge per il “no” difende gli ultimi 20 anni da “Italietta”

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Alzi la mano chi non ricorda i sorrisetti tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy parlando dell'Italia.

Quello fu uno dei momenti più bassi per la dignità del nostro Paese, e al di là del fatto che siano stati fatti da una cancelliera che ha abbattuto l'Europa per salvare la leadership economica e politica del suo Paese, e da un ex presidente della Repubblica che ha spaccato in due la Francia, resta comunque un'onta sul Tricolore.

Quella era una “Italietta”. Perché eravamo deboli, con un governo instabile aggrappato agli umori dei vari Razzi, Scilipoti e Fini, ai livori dei Granata, delle Polidori e dei Briguglio. Meteore che in politica non hanno lasciato un segno, e in alcuni casi nemmeno la poltrona. Che la si consideri vincente o fallimentare, l'azione di quel governo Berlusconi, l'ultimo, era legittimata da un voto popolare e un consenso largo. Eppure bastarono un po' di cambi e ricambi di casacca, qualche voltafaccia al momento giusto e d'incanto tutto ciò che avevano scelto gli italiani divenne aria fritta.

Prima del Cavaliere la stessa sorte toccò a Romano Prodi. Le scene degli sputi e degli spintoni in aula al Senato, mentre l'assemblea gli toglieva la fiducia, fu un miserabile momento da dimenticare per la Repubblica. All'epoca il Professore era appeso alle assenze strategiche di Pallaro, Andreotti, Pininfarina e Fisichella, al dietrofront di Cusumano, alle ripicche di Mastella, Barbato e il loro partito, l'Udeur.

Andando ancora a ritroso nel tempo, qualcuno avrà un sussulto nel leggere nomi come quello di Domenico Siniscalco (sostituì per un breve periodo Giulio Tremonti al ministero dell'Economia nel governo Berlusconi Ter). Anche all'epoca, si era nel quinquennio 2001-2006, il Cav fu costretto a fare l'equilibrista tra Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, colpiti spesso e volentieri dai mal di pancia tattici, pur di portare a termine la legislatura. Che guarda caso non produsse praticamente più nulla se non la riforma in salsa leghista, che non spostava assolutamente niente nel sistema democratico, ma in pratica riduceva le poltrone e affidava alle Regioni poteri stratosferici. Ancora più ampi di quelli che il centrosinistra regalò ai governatori nel 2001, con una riforma iperpasticciata, creando i presupposti per l'ingrossamento di un debito pubblico, come quello italiano, già monstre a causa dei governi del Pentapartito nella Prima Repubblica.

Nel frattempo a livello internazionale l'Italia ha perso, anno dopo anno, sempre maggiore credibilità. I nostri interlocutori non sapevano con chi diamine dovessero confrontarsi, chi – per dirla con un'espressione tanto cara a Giorgia Meloni – rappresentasse la nazione Italia.

E l'Asia cresceva, la Russia si arricchiva (ceto medio-alto e gruppi parastatali) e si impoveriva (ceto medio-basso, ovvero la maggioranza della popolazione), l'America affondava e i cosiddetti Paesi emergenti (all'epoca erano i Brics, il Sudamerica) mano a mano svelavano il loro vero volto, un quadretto di lontananza con molti debiti e poche chance di leadership economica.

In questo scenario è cresciuta la speculazione internazionale che, detto per inciso, altro non è se non la scellerata alleanza tra una ventina tra merchant bank, fondi sovrani e gruppi finanziari senza scrupoli. Gli obiettivi più facili da colpire, nella finanza spregiudicata della globalizzazione marcia (perché ne esiste anche una buona, ma nessuno in Italia ha saputo sfruttarla), ovviamente, erano e sono i Paesi più deboli. Ma quando un Paese è debole? Quando chi è chiamato a rappresentarlo non ha il potere di alzare scudi legislativi con forza e rapidità, quando chi governa non ha strumenti per andare a battere i pugni in Europa e chiedere che l'Unione non sia soltanto di regole ma anche un muro che sappia capire che l'economia di uno è l'economia di tutti, dunque proteggere uno Stato membro significa proteggere il proprio interesse. Quando i professionisti degli accordicchi paraeuropei, venduti (o svenduti) ad altri personaggi di piccolo calibro o burocrati, barattano la dignità del proprio Paese in cambio di un “fine-poltrona-mai”.

Non sarà la migliore delle riforme, ma almeno una sola Camera che dà mandato di governare all'Esecutivo e che approva le leggi, con il controllo delle Regioni e dei Comuni per le materie concorrenti, non è un Paese debole. Anzi.

E se proprio vogliamo dirla tutta, a far funzionare in modo positivo la riforma costituzionale è proprio il tanto contestato “combinato disposto” con la legge elettorale Italicum. Perché esclude i microcosmi politici, porta in Parlamento deputati che condividono davvero le politiche proposte ai cittadini dai partiti o movimenti di appartenenza.

Siamo ancora quella “Italietta” degli ultimi 25 anni, non illudiamoci. Non bastano un po' di post incazzati su un blog o qualche articolo con parole ficcanti. Ma ora abbiamo l'opportunità di riprenderci quella credibilità internazionale che solo le democrazie stabili possono avere. Il fronte del “No” al referendum rifletta, dunque, perché con i loro attacchi fuori dal merito della riforma non fanno altro che impaurire gli italiani. Impaurirli che questo “potere” della stabilità possa finire in mani sbagliate. Forse le loro, che in alcuni casi hanno già gestito la Cosa pubblica negli ultimi due decenni, portando a casa un unico risultato scolpito nella memoria: le risatine di Merkel e Sarkozy. Due che i loro rispettivi popoli vorrebbero mandare a casa e hanno già mandato a casa.

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