Nomos e Caos

22 Gennaio Gen 2015 1204 22 gennaio 2015

'Silencio', quando di giornalismo si può morire

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Non esiste luogo al mondo in cui fare il giornalista sia così tanto pericoloso: 80 gli omicidi dal 2000 ad oggi e 16 le sparizioni. Il motivo? Erano uomini e donne che raccontavano le scomode verità del Messico.

A due settimane dall’attentato che ha quasi azzerato la redazione di Charlie Hebdo a Parigi, il docu-film di Attilio Bolzoni e Massimo Cappello, ‘Silencio’ ci riporta rapidamente al clima di terrore e intimidazione che i giornalisti vivono in diverse parti del mondo.

Stéphane Charbonnier, Veronica Guerin, Anna Politkovskaja, Walter Tobagi, Giuseppe Fava, Peppino Impastato, Giancarlo Siani, James Foley, Steven Sotloff. Questi nomi sono solo una piccolissima frazione della vergognosa quantità di giornalisti uccisi nella storia, se solo si tiene conto che, dallo studio di Reporters sans Frontières, solo nel 2014 sono stati uccisi 66 giornalisti. Cambia il mondo, cambia la nazionalità, cambiano le storie raccontate, cambiano gli assassini e le loro ideologie, tra la criminalità organizzata, il terrorismo, il fondamentalismo, i servizi segreti, ma il motivo di fondo è sempre quello: mettere a tacere per sempre, chi si fa testimone di verità.

In Messico però, la situazione cambia. Ad averne parlato con Attilio Bolzoni è stata Anabel Hernàndez, giornalista investigativa che ha rischiato di essere assassinata da un sicario mandato dal capo della polizia, per le sue indagini sui rapporti tra narcotraffico e potere. “Non sono i narcotrafficanti, il vero problema è l’autorità: il 60 per cento dei giornalisti uccisi in Messico sono uccisi dalle autorità”.

Del resto, cosa aspettarsi da uno Stato in cui le autorità locali hanno fatto barbaramente torturare, rendere irriconoscibili e uccidere 43 studenti colpevoli di voler migliorare la loro società? E nonostante le energiche proteste a seguito della tragedia di questi ragazzi, la società messicana è fondamentalmente disinteressata, e forse anche troppo impaurita, per reagire con forza alle ingiustizie, soprattutto se si tratta dei loro giornalisti.

Nel raccontare la vicenda del Messico nell’auditorium di radio Popolare a Milano, lo scrittore e giornalista di Repubblica Bolzoni, fa riflettere il suo pubblico: “C’è una totale mancanza di ipocrisia nella vicenda messicana e una totale ipocrisia in quella italiana”.

E dalle storie dei giornalisti messicani incontrati, Bolzoni si sposta a Playa del Carmen la spiaggia dove i giovani ‘ndranghetisti fanno la bella vita con i soldi sporchi di droga, sangue ed estorsione, e come rivelato da testimoni oculari, comprano i resort in contanti.

Ma da dove cominciano gli affari di questi nostri connazionali? Dalla Calabria, la terra ancestrale dove i boss di vecchio stampo e i nuovi affiliati in grado di destreggiarsi in internet, con le lingue straniere e con le attività finanziarie si incontrano e pianificano tutto. Quella Calabria della Piana di Gioia Tauro in cui persino la Chiesa intimidisce il giornalista de Il Fatto Quotidiano Michele Albanese, primo ad aver pubblicato la notizia sull’inchino della Madonna della Grazie di Oppido Mamertina davanti all’abitazione del boss Giuseppe Mazzagatti.