Nomos e Caos

5 Febbraio Feb 2015 1425 05 febbraio 2015

In cammino con don Ciotti per ricordare Pietro Sanua

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“Ancora oggi, il settantacinque percento dei familiari delle vittime di mafia non conosce la verità sui propri cari, eppure, queste persone raccontano agli altri quello che hanno vissuto, trasformando il loro dolore in positività”.

Parla così Lorenzo Sanua, volontario del presidio di Libera (‘associazioni, nomi e numeri contro le mafie’) del Sud-Ovest di Milano, durante la commemorazione di suo padre, Pietro Sanua, in una parrocchia di Corsico. Un appuntamento molto partecipato, a cui oltre che ai volontari del coordinamento di Milano di Libera, assieme ai quali ho partecipato, hanno preso parte i presidi della Valcamonica e di Mantova, il coordinamento dei familiari delle vittime di mafia, i volontari di altre associazioni del territorio, dirigenti di scuole e professori e i sindaci di alcuni comuni dell’hinterland in cui la criminalità organizzata è attiva, come Corsico, Buccinasco e Trezzano sul Naviglio. Tutti, riuniti a Corsico per ascoltare i familiari di Pietro Sanua e don Luigi Ciotti, fondatore di Libera.

Ma perché così tante persone hanno scelto di partecipare alla fiaccolata e all’incontro in parrocchia?

E’ importante ricordare che Pietro Sanua non è stato solo una vittima della violenza mafiosa. Pietro Sanua era un uomo semplice e leale, un uomo che nella quotidianità era conosciuto per la sua onestà e per il suo impegno. Un venditore ambulante con la sua bancarella di frutta e verdura al mercato di Corsico, ma che aveva deciso di impegnarsi anche come presidente dell’Associazione Nazionale Venditori Ambulanti (ANVA). E nella terra in cui la criminalità organizzata ha messo le sue radici per espandersi in tutta la Lombardia, fino a penetrare con gli anni il cuore economico del Paese, è stata proprio la correttezza con cui gestiva quel ruolo a portargli i nemici che, la mattina del 4 febbraio 1995, lo freddarono con un unico, preciso, colpo di pistola, mentre guidava il suo furgone di fianco al figlio Lorenzo (all’epoca 21enne).

La storia di Pietro Sanua colpisce perché avrebbe potuto essere la storia di qualsiasi altra persona impegnata, semplicemente, a svolgere il proprio dovere in modo giusto, cosa che in Italia troppo poco si fa. Ed è per questo che molti, pur non avendo alcun legame con i familiari delle vittime di mafia, ogni anno scelgono di ricordarlo.

E lo ha ricordato bene don Ciotti, ribadendo, tra l’altro, come il principale pericolo della società sia la mafiosità che c’è dentro le persone: “Lorenzo, sulla morte di tuo padre la verità ‘passeggia’ sulle vie della città, come molte altre verità del nostro Paese che ‘passeggiano’. E questo è colpa della mafiosità diffusa che c’è dentro di noi e del male che facciamo quando stiamo a guardare che il male venga commesso”.

Due i punti di riferimento per la vita, su cui l’instancabile fondatore di Libera insiste: responsabilità e consapevolezza. “Il senso di responsabilità deve vincere sulla corruzione, ma questo deve partire da dentro di noi! - sostiene con forza don Ciotti e continua – La responsabilità è indivisibile dalla consapevolezza”. E qui, don Ciotti coglie l’occasione per collegarsi alla ‘consapevolezza’ del fare memoria: “Le vittime non si ricordano con celebrazioni, targhe, discorsi e retoriche della memoria. E’ la consapevolezza che porta vero valore alla memoria di chi è morto per il bene comune”.

E prima di svuotare la chiesa, a tutti l’augurio, o meglio in monito, di don Ciotti di non commettere l’errore più grande: “vivere senza avere vissuto”.