Nomos e Caos

17 Marzo Mar 2015 1457 17 marzo 2015

Nella terra dei Casalesi

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Certe esperienze bisogna viverle.

Scendendo nel Casertano resterete meravigliati: proprio in ‘terra di Gomorra’ c’è chi si batte quotidianamente per riscattare la storia del suo popolo e del suo territorio.

L’ho scoperto assieme ai miei compagni di università. Dal 12 al 15 marzo, assieme al professor Nando dalla Chiesa, abbiamo realizzato una nuova edizione dell’Università Itinerante, esperienze di studio in loco sulla sociologia della criminalità organizzata. Questa volta, abbiamo lasciato Milano per ‘fare lezione’ a Napoli (Scampia), Casal di Principe, Sessa Aurunca, Cellole, San Cipriano d’Aversa e Castel Volturno.

L’eredità di decenni d’impunità della camorra si vede.

Un’urbanistica folle che mostra come i luoghi non siano stati pensati per le esigenze della gente ma solo per vomitare cemento, telecamere e microfoni nei punti nevralgici dei paesi e dei quartieri, portoni in ferro che si sono sostituiti a quelli in legno, laghetti artificiali generati dall’estrazione abusiva di sabbia, edifici vandalizzati da elogi all’omertà, rifiuti e degrado. Eredità che oggi si percepisce anche dai volti, dagli occhi e dalle voci dei familiari delle vittime innocenti, davanti alle lapidi dei propri cari, indipendentemente dal fatto che la brutalità camorristica li abbia colpiti negli anni ’80 o nel 2008.

Per anni la mentalità di contrasto alla camorra ha latitato, e ci si vergognava addirittura di dire che il proprio parente, innocente, era stato ucciso proprio dalla camorra. Ma la mancanza più disastrosa è stata quella dello Stato, basti pensare che per anni una zona di estrema emergenza sociale, come il quartiere di Scampia, non ha avuto nemmeno un commissariato di polizia.

Oggi però, ‘in Terra di Gomorra dopo Gomorra’ sta avvenendo qualcosa di grandioso.

Sì, perché c’è uno strato di popolazione che cerca di riscattare la sua storia agli occhi del mondo e di riappropriarsi della sua dignità. Cittadini stanchi di essere conosciuti solo per la ‘bruttezza’ della loro realtà, che insieme fanno conoscere a chi viene da fuori la bellezza dell’impegno e del coraggio.

Lo abbiamo visto a Scampia, dove Omero e gli altri fanno del loro piccolo spazio, all’interno della ‘Vela gialla’, un avamposto di dibattito e di riaffermazione del diritto alla dignità di chi vive nel quartiere, portando avanti quello che trent’anni fa hanno avviato i loro padri e le loro madri.

Ne dà prova ogni giorno Renato Natale, il sindaco di Casal di Principe che si fa in quattro per risollevare la città che in tutto il mondo è stata l’immagine per eccellenza della camorra.

Impegno e coraggio, sono anche le anime del lavoro di impresa sociale svolto sui beni confiscati alla criminalità organizzata, dove la logica non è quella di vendere solo perché si tratta di beni confiscati, ma di vendere perché si è i migliori. Uno dei più affascinanti esempi è quello di Simmaco Perillo, che con la sua cooperativa ‘Aldilà dei Sogni’, riscatta le terre di Sessa Aurunca che una volta appartenevano ai Nuvoletta, producendo marmellate di pesche e tante altre cose buone.

Ma Simmaco non è il solo. A Castel Volturno la cooperativa ‘Le Terre di Don Peppe Diana’ conduce un caseificio che proprio qui in Lombardia registra le sue massime vendite di mozzarella di bufala. Sempre nella città popolata da 10mila immigrati che si aggiungono ai 25mila cittadini, donne vittime della tratta lavorano nella sartoria sociale ‘La Casa di Alice’, dove si uniscono la moda italiana a quella africana.

Spostandosi a San Cipriano d’Aversa poi, c'è la ‘NCO – Nuova Cucina Organizzata’. Un ottimo ristorante, che utilizza i prodotti provenienti dalle terre confiscate, inserendo nel suo staff persone svantaggiate.

E pur appartenendo a una generazione diversa, anche i liceali dell’istituto Segrè, osservano la loro realtà per capire come migliorarla: si informano, si confrontano, dibattono con i professori sulle criticità del contesto in cui stanno crescendo e si attivano su internet con il blog iSchool.

Ci sono poi gli esempi di quelle imprese che non operano su beni confiscati ma che hanno avuto il coraggio e l’orgoglio di opporsi al racket, come l’azienda chimica Cleprin di Sessa Aurunca, il delizioso pub Bambusa di Castel Volturno e altre.

Ci sarebbe così tanto ancora da raccontare ma per riorganizzare le idee serve un po’ di tempo…

Nel frattempo ringrazio tutti i bellissimi volti di questa esperienza. Ringrazio in modo particolare la signora Jolanda e sua figlia, mamma e sorella di don Peppe Diana che ci hanno accolto in casa loro come se fossimo di famiglia; ringrazio i familiari delle vittime innocenti di camorra, che nonostante il dolore si fanno testimoni; ringrazio il giornalista Raffaele Sardo per averci seguito dall’inizio alla fine, un vero giornalista in terra di camorra, e il fotografo Augusto Di Meo, che ha visto don Peppe Diana morire nel 1994 ma che lo Stato ancora non ha riconosciuto come testimone di giustizia. Grazie anche al referente di Libera Caserta, Gianni Solino e, last but not least, un grazie di cuore a Francesco Diana de ‘La RES – Rete Economia Sociale’ e Valerio Taglione del Comitato don Peppe Diana, nostre instancabili e indimenticabili guide.