Nomos e Caos

4 Aprile Apr 2015 1449 04 aprile 2015

Qualcuno protegga gli studenti

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Garissa (Kenya): i corpi senza vita degli studenti ammassati l'uno sull'altro all'interno del campus universitario.

Le immagini della strage in Kenya hanno inorridito il mondo. Centoquarantasette studenti universitari sono stati sterminati a Garissa, dai terroristi islamici somali di al Shebaab. Una "brutalità senza senso", come l'ha definita Papa Francesco ieri.

Parole, quelle del Pontefice, che non descrivono solo la strage di Garissa. Rimandano infatti alla violenza e al pericolo in cui troppi studenti al mondo vivono.

Non si può dimenticare cosa è successo alle oltre duecento studentesse nigeriane rapite dai terroristi di Boko Haram, quasi un anno fa, e nemmeno gli attacchi kamikaze che in una frazione di secondo spazzano via le vite di chi, in Nigeria, cerca di costruirsi un futuro migliore andando a scuola.

Una ferita ancora aperta è Iguala, una delle più vergognose pagine della storia del Messico. Non solo una ributtante interazione tra politica, froze dell'ordine e criminalità, ma un attentato ai diritti umani di un intero popolo ancora sconvolto per la perdita dei propri figli.

E poi, la strage di Peshawar dello scorso dicembre in cui, secondo i talebani del TTP, la 'colpa' dei 132 bambini morti e degli altri feriti era quella di essere figli degli stessi militari che combattono loro e le loro famiglie.

Troppi gli studenti che nelle guerre di oggi muoiono mentre esercitano il diritto e il dovere allo studio, basti pensare a cosa succede ogni giorno in Siria, o alla violenza psicologica per tutti quei bambini, quelle bambine, quelle ragazze e quei ragazzi in Ucraina, traumatizzati dalla violenza.

E poi la nefandezza dell'ISIS, che i bambini e gli adolescenti anzichè lasciarli a scuola li butta nelle fosse comuni, o li 'istruisce' su come sgozzare ostaggi.

Gli studenti vanno protetti. Vanno difesi prima che sia troppo tardi.

E tutti devono impegnarsi a difenderli: le prime a muoversi per il bene dei loro figli dovrebbero essere le società locali, ma la comunità internazionale, partendo da un auspicabile 'risveglio' delle Nazioni Unite, si deve dare una mossa. Perchè se in certi Paesi nessuno riesce (o più spesso, non vuole) difendere il diritto allo studio, il diritto alla sicurezza e alla vita di chi studia, qualcuno deve intervenire. Non basta creare nuovi hashtag (come #bringbackourgirls) e poi stare a guardare. Nei Paesi 'a rischio', le Nazioni Unite dovrebbero giocare d'anticipo, per esempio spingendo governi, autorità locali, ong, e altri attori a instaurare un dialogo volto a un'azione preventiva di salvaguardia degli studenti.

Per questa Pasqua, il mio pensiero va a tutte quelle studentesse e quegli studenti di ogni nazionalità e religione che, negli ultimi mesi, hanno perso la vita (non solo biologicamente).