Nomos e Caos

23 Febbraio Feb 2016 1253 23 febbraio 2016

Quegli stage per soli 'ricchi' alle Nazioni Unite

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Aziende e organizzazioni che sottopagano studenti e laureati in cambio di un po' di esperienza lavorativa e di una riga ad effetto sul curriculum sono all'ordine del giorno. Trovare uno stage retribuito, con una cifra che permetta di coprire i costi per vivere in modo dignitoso fuori casa, diventa sempre più un'impresa. Per rendersene conto non ci vuole molto, basta dare un'occhiata su LinkedIn o iscriversi a qualche newsletter di offerte di lavoro.

Uno degli esempi peggiori, su cui spesso mi sono confrontata con tanti altri ragazzi e ragazze di diversa nazionalità, è quello delle Nazioni Unite, con centinaia di stagisti sparsi per il mondo che nella quasi totalità dei casi non ricevono nemmeno un piccolo rimborso spese. E si tratta spesso di città dove i costi della vita in generale, sono tutt'altro che economici. Si pensi a New York, Ginevra, Vienna o L'Aia: come fa un giovane a pagarsi l'affitto, fare la spesa e avere da parte due lire per qualche piccola emergenza? La risposta è che o i soldi glieli danno a mamma e papà (o chi per essere) oppure bisogna aver messo da parte qualche migliaia di euro, cosa che difficilmente si è già riusciti a fare appena usciti dall'università. Si tratta, senza giri di parole, di stage per ricchi, per cui un giovane proveniente da una famiglia con un reddito medio-basso non potrà candidarsi. Un meccanismo che, se da un lato riduce il numero di 'application' già elevatissimo, dall'altro crea una sorta di "discriminazione": se non hai i mezzi quello stage non te lo puoi permettere.

Certo, si possono sempre fare dei sacrifici quando si vuole perseguire un obiettivo, in questo caso uno stagista potrebbe ridurre i costi della vita ai minimi termini o trovarsi un lavoretto. Ma ancora, non funzionerebbe: lo ha dimostrato l'esempio eclatante del ventiduenne neozelandese, stagista a Ginevra per l'ONU, che ha vissuto in tenda non potendo permettersi di affittare una stanza in Svizzera e che ha interrotto lo stage dopo pochi giorni. Lavorare di sera e nel weekend in un bar o negozietto, oltre che a stremare un giovane impegnato 40 ore alla settimana in ufficio, difficilmente permette di guadagnare abbastanza per mantenersi.

Chiaro, non sono solo le Nazioni Unite a non pagare gli stagisti, anzi. Ma quello che stupisce è che lo faccia l'organizzazione che dovrebbe effettivamente promuovere i diritti umani, l'uguaglianza, la valorizzazione dell'individuo, il superamento delle differenze socio-economiche tra Paesi e tutti gli altri principi di cui si fa paladina. Un pessimo esempio e una pessima figura.