Nomos e Caos

1 Giugno Giu 2016 1827 01 giugno 2016

Libera: cosa significa 'presidiare' Milano sud est?

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Renata Fonte, Barbara Rizzo Asta e i due figli Giuseppe e Salvatore. E' a loro che il Presidio Libera di Milano Sud Est è stato intitolato. Dopo quasi un anno di attività, sabato 27 maggio il presidio ha raggiunto finalmente questa tappa importantissima; oltre 200 i presenti per nei locali dell’Università della Terza Età di San Donato Milanese, tra cui la figlia di Renata Fonte, Viviana Matrangola, e Margherita Asta, figlia di Barbara e sorella dei due gemellini.

E' un evento ricco di significato l'intitolazione, che lega in modo particolare l'identità di un presidio territoriale di Libera (Associazioni, Nomi e Numeri Contro le Mafie) alla storia e alla memoria di una o più vittime innocenti di mafia. Non a caso, infatti, il presidio ha impiegato un anno a scegliere le vittime a cui dedicarsi.

Ma perchè la scelta è ricaduta proprio sull'ex Assessore alla Cultura di Nardo' (e prima donna uccisa in Salento dalla mafia) e sulle vittime della Strage di Pizzolungo (una mamma e i suoi due gemelli saltati in aria 'per sbaglio')? Ne parliamo con il referente Leonardo La Rocca, che fa anche un 'bilancio' su questo primo anno di vita del gruppo e su cosa significa fare presidio nell’hinterland milanese.


«Come siete arrivati a decidere le vittime a cui intitolare il presidio?»

«In primis con la conoscenza: abbiamo studiato a fondo, con il nostro gruppo memoria coordinato da Sara Berloto, tutte le storie delle quasi 1000 vittime innocenti di mafia. Eravamo consapevoli che solo attraverso la conoscenza delle storie la nostra scelta sarebbe stata libera da condizionamenti e realmente rappresentativa, una scelta che ci unisse. Sabato è stata la conferma di questo: tutti i soci del Presidio attivissimi, le scuole, gli studenti, gli scout e le associazioni si sono sentiti rappresentati da una donna, una madre, una vittima assassinata a soli 33 anni per una battaglia ambientalista nel suo territorio. Altrettanto si sono sentiti rappresentati perché toccati nel loro quotidiano gli insegnanti (Barbara Rizzo Asta era un’insegnante oltre che una mamma) e gli studenti che ogni giorno, magari proprio con le loro mamme, salgono in macchina per andare a svolgere il loro dovere. Proprio come Giuseppe e Salvatore che hanno avuto la sola colpa di alzarsi la mattina per andare a scuola».


«Il presidio è nato già da un anno. Come valuti questo primo periodo di attività?»

«E’ stato un anno intensissimo. La ricerca sui beni confiscati ci ha permesso di scoprire che i beni nel nostro territorio non sono i circa 70 che conoscevamo ma quasi 100 (uno ogni mille abitanti), e di conoscere i nomi dei prevenuti per informare la cittadinanza sulla malavita, la criminalità e le mafie che infestano il nostro territorio. Ricerca e conoscenza sono state la base per il percorso di formazione e informazione nelle scuole, con le associazioni, e in momenti aperti al pubblico e alle amministrazioni, soprattutto sull’anticorruzione. Poi il lavoro sulla memoria, con le scuole protagoniste che hanno di fatto adottato le vittime innocenti: Mediglia con Margherita Asta, il Benini di Melegnano che ha intitolato due aule a Ilaria Alpi e Lea Garofalo. Per il 21 marzo abbiamo fatto un percorso condiviso con diverse scuole del sud est di Milano, protagoniste anche nella lettura dei nomi delle vittime innocenti di mafia. E per finire, proprio in ottica di riutilizzo sociale dei beni confiscati, mi piace ricordare che a San Donato Milanese è appena stato inaugurato un bene restituito alla collettività: un immobile di un usuraio che adesso produrrà lavoro grazie a un progetto di Caritas, da noi fortemente sostenuto».

«La popolazione vi sembra abbastanza consapevole della realtà criminale e mafiosa del territorio?»

«C’è ancora tanto da fare. Sicuramente un pezzo importante, a guardare i numeri delle presenze alle nostre iniziative, lo abbiamo fatto. Prima dello scorso anno di mafia nel sud est si parlava poco, ad eccezione dell’Osservatorio con le sue instancabili volontarie. Da un anno a questa parte se ne parla e questa è già una vittoria. Come diceva Paolo Borsellino, è necessario parlare “di mafia, parlarne in tv alla radio ma parlarne” perché solo una grande consapevolezza da parte della cittadinanza potrà sconfiggerla».


«Quali sono, secondo te, le difficoltà principali del 'fare Presidio' in provincia di Milano?»

«E' molto semplice da capire. L’anno scorso, il giorno dopo l’inaugurazione del presidio la mia auto è stata rigata sulle fiancate; magari avevo parcheggiato male e non me ne sono accorto, ma è strano che l’abbiano rigata giusto quel giorno. Sabato pomeriggio, mentre scoprivamo la targa del bene confiscato, hanno rubato la macchina di una volontaria che era lì con noi. E' stata poi ritrovata, aperta ma non saccheggiata, sempre nella stessa zona: un modo per segnalare che “loro” ci sono. La mattina di sabato hanno provato a rimuovere la targa dal bene e nel pomeriggio, dopo l’inaugurazione durante la quale il sindaco aveva annunciato che una palazzina di 3 piani confiscata allo stesso soggetto sarebbe diventata un centro di housing sociale, un capannello di cittadini e’ arrivato per lamentarsi della scelta. Evidentemente nel sud di Milano c’è chi preferisce avere come dirimpettaia la malavita più o meno organizzata che disperati e bisognosi. Direi che tutto questo racconta bene le difficoltà. Ma al tempo stesso c’é la solidarietà di tutti gli altri, l’impegno dei volontari, l’energia che ci mettiamo ogni giorno. Come scrivevo sabato dopo il furto dell’auto, questa gente non sa perdere. Ma la migliore risposta è la nostra festa, il nostro battesimo, la targa su un bene confiscato. Loro non sanno perdere ma sabato hanno visto che nel sud est di Milano la cittadinanza responsabile c’è, e la legalità puó vincere se lo vogliono tutti. A loro rimane solo il dispetto, a noi un posto migliore».


«Su quali iniziative si concentrerà il presidio prossimamente?»

«Continueremo il lavoro sui beni confiscati sicuramente. La storia del bene di Poasco ci ha insegnato che facendo rete il riutilizzo sociale si può fare e su questo sicuramente ci concentreremo cercando di portare quante più associazioni possibili verso progetti seri di riutilizzo. E chiaramente supporteremo le amministrazioni che ce lo chiederanno nel percorso di assegnazione. La formazione sarà il secondo punto fondamentale: continueremo a raccontare i “nomi e numeri” del nostro territorio. E ovviamente la memoria. Abbiamo quattro vittime innocenti di cui fare memoria. E’ stata una scelta coraggiosa e sappiamo che onorare la memoria di loro tutti sarà impegnativo. Ma noi siamo tanti e convinti che quella rivoluzione pacifica di cui parlava Danilo Dolci la si possa fare anche nel sud est milanese nel ricordo di Renata Fonte, Barbara, Giuseppe e Salvatore Asta, vittime innocenti di mafia».