Non lavorare stanca

30 Luglio Lug 2012 1141 30 luglio 2012

Ilva, cronaca di una sentenza annunciata

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L'impianto siderurgico Ilva di Taranto visto dal Mar Piccolo.



Quello che sta succedendo in questi giorni all'Ilva di Taranto è solo la cronaca di una sentenza annunciata.
Nella città dei due mari tutti sapevano, tutti vedevano. Ma era come se per 50 anni avessero i paraocchi. D'acciaio. Era come se i cittadini fossero stati messi a scegliere tra due diritti.
Lavoro o Salute? L'uno concreto, necessario, visibile. L'altro silenzioso, fragile, vitale.
Impossibile decidere: perché quando hai fame non scegli, quando ti mettono su un piatto un salario che ti permette di mantenere la tua famiglia senza dover emigrare, non scegli.
A scegliere, come sempre, è stato lo Stato che ha costruito l'acciaieria più grande d'Europa. Ma allo stesso tempo ha anche reso Taranto la città più inquinata d'Europa.
Perché quell'impianto l'ha costruito alla rovescia. Per risparmiare sui nastri trasportatori ha messo l'area a caldo a ridosso della città. Cokerie e parco mineali piano piano hanno tolto ai tarantini mare, terra, salute. Tutto in cambio di una busta paga.
Poi quando il mare ha iniziato a diventare nero, quando la terra ha iniziato a puzzare e gli ospedali a riempirsi, lo Stato ha messo in liquidazione un sogno diventato un incubo.
Un incubo venduto per 1.460 miliardi di vecchie lire all'industriale venuto dal Nord, Emilio Riva, che da Brescia è sceso a Taranto e ha continuato a investire, produrre, occupare.  Acciaio e amianto, vita e morte, denaro e diossina. Nella città dei due mari tutto è doppio. Così anche Riva oggi è chiamato a pagare due volte: le sue colpe e quelle dello Stato.
Ma a pagare più di tutti, come sempre, sono i lavoratori. Cittadini a cui è stato dato un futuro di veleni. E che oggi sono messi ancora una volta in prima linea a combattere una guerra che non avrà vincitori.


Cosimo, ex operaio Ilva, è malato di asbestosi e per 10 anni ha dovuto lottare per vedersi riconosciuti i propri diritti.



Lo sa bene Cosimo Semeraro, ex operaio Ilva, malato di asbestosi, da una vita in lotta per vedersi riconosciuti i propri diritti di lavoratore, e ora disarmato davanti a una sentenza che promette chiarezza.
Giustizia da anni urlata, invocata, pretesa. E che ora però rischia anche di far perdere il lavoro a suo figlio, operaio dell'acciaieria.
Una guerra generazionale quella dell'Ilva, "che ha messo padri contro figli", mentre l'Italia stava a guardare. E solo ora sembra accorgersi dell'immensa tragedia che in questi anni si è consumata in quella città, famosa non solo per il suo acciaio ma anche per le cozze tarantine. Che però non sono più quelle di una volta.
Cozze alla diossina, le chiamano, così come il formaggio che Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, fece analizzare anni fa mettendo tutti davanti alla realtà. La sua era la cronaca di un disastro annunciato che nessuno voleva vedere, sentire, affrontare.
Poi c'è la cronaca di una sentenza annunciata, quella procura di Taranto, accusata da alcuni di avere girato troppe volte lo sguardo dall'altra parte davanti alle morti bianche, ai veleni e ai soprusi di quell'azienda. Da altri di aver invece decretato la morte dell'occupazione con un sequestro che rimarrà nella storia.
Una storia quella dell'acciaieria, che il procuratore Franco Sebastio conosce bene. Dai tempi della Palazzina Laf, lo stabile dove Riva fece rinchiudere 70 lavoratori che "davano problemi" e che furono costretti a subire un mobbing di cui ancora oggi portano i segni.
Era il 1998 quando Sebastio fece sigillare quell'edificio e portò a processo i responsabili di quella vergogna aziendale. Ora a distanza di 14 anni, è sempre Sebastio a entrare all'Ilva e mettere sotto sequestro gli impianti ritenuti responsabili di causare disastro e morte.
Ma quegli impianti danno anche pane e futuro a 11.600 lavoratori diretti e 2.500 dell'indotto. E così ancora una volta quella decisione è vista con rabbia da alcuni, e con un senso di liberazione da altri.


Cartello affisso in un muro di una casa nel quartiere Tamburi, a ridosso dell'Ilva.



Per questo a Taranto nessuno sorride. Anche ora che tutto il Paese vede finalmente quel drago d'acciaio sputare soldi e veleno nel cuore della città. Anche ora che il ministero dell'Ambiente ha deciso di stanziare 336 milioni di euro per le bonifiche e che le istituzioni si incontrano per trovare una soluzione. Tutti sanno che quella ferita non si rimarginerà presto e comunque lascerà una cicatrice indelebile sulla loro pelle.
E non basta che il Papa si ricordi durante l'Angelus dei lavoratori dell'Ilva e delle loro sofferenze; che gli industriali ricordino a tutti le difficoltà di mantenere l'occupazione in un periodo di crisi; che i politici si ricordino di avere un ruolo decisivo nella vicenda.
Perché ancora una volta quella dell'Ilva sembra la cronaca di una sentenza annunciata che nessuno voleva vedere e che ora nessuno vorrebbe affrontare.
Perché conciliare il diritto al lavoro e alla salute diventano ancora una volta una chimera in una città che ancora non ha un registro dei tumori, una Regione che ospita l'acciaieria più grande d'Europa e che solo nel 2008 ha fatto una legge anti-diossina. Una legge che paesi come la Germania hanno dal 1998 e che oggi quell'area a caldo tanto incriminata non ce l'hanno quasi più.

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