Non lavorare stanca

23 Settembre Set 2012 2041 23 settembre 2012

Fiat e Italia, divorzio all'italiana

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Miss Italia e Fiat.



"C'eravamo tanto amati". Non sono nemmeno riusciti a pronunciare queste parole Fiat Lingotto e Italia. Il 22 settembre all'incontro preliminare per il divorzio che molti si aspettavano sono solo riusciti a rinviare ancora una volta qualsiasi decisione.
Non hanno avuto il coraggio. Si sono guardati negli occhi, hanno parlato a lungo, hanno accennato qualche mezza promessa, ma nulla di concreto.
"Non ti lascio Italia", ha rassicurato Lingotto, "sì è vero sono attirato più dalle altre: Usa, Brasile, Polonia, Cina, Serbia, ma non vado via".
Italia ha abbassato la testa, poi ha accennato un sorriso. Almeno è un primo passo, ha pensato tra sé e sé.  Tradita ma non abbandonata. Per ora. "Cercherò di piacerti come le altre", ha promesso, "mi farò aiutare da Passera, Monti e Fornero, vedrai ci riuscirò a farti tornare a casa".

Fuori da quell'aula del Ministero però i figli di Fiat Lingotto e Italia hanno aspettato, ascoltato ma non sono convinti. Di parole rassicuranti ne hanno sentito fin troppe. Sono operai preoccupati, arrabbiati, esasperati. L'assegno di cassa integrazione non basta più. E sia Fiat Lingotto che Italia fanno finta di nulla.
L'uno vorrebbe scappare quanto prima, l'altra sta zitta e ferma. Spera che lui si penta, faccia un esame di coscienza, non abbandoni il talamo nuziale. Ma a quale prezzo? Un'altra dote? "Un sostegno per la produttività e una maggiore competitività", chiede Lingotto.
I soldi però sono finiti e papà governo non è più disposto ad aprire il portafogli per fare felice la sua primogenita: "Insomma se questo matrimonio non s'ha da rinnovare non rinnoviamolo", vorrebbe tanto dire Monti.
Ma poi sa che tutti quei figli disperati (20 mila operai diretti e 80 mila adottivi dell'indotto) se la prenderebbero con lui. E così cerca di mediare. Senza grandi risultati. Perché quando l'amore finisce non c'è Passera che tenga.
Anche zio Corrado infatti ha provato a convincere Lingotto: "Vedo che in Brasile sei felice, hai successo, allora potresti esserlo anche qui con Italia", ha detto. Ma Lingotto non sente ragioni: "Non ti sarà sfuggito che il governo brasiliano è particolarmente attento alle mie problematiche. Le case automobilistiche che vanno a produrre in Brasile possono accedere a finanziamenti e agevolazioni fiscali. Italia è dagli anni '90 che non mi dà una lira, da quando è nato Melfi".
Ormai non si fa altro che recriminare, elencare gli sbagli commessi, le promesse non mantenute. E poi aspettare.

Ma in fondo tutti sanno che quel matrimonio prima o poi finirà. Lo sanno da tempo. Da quando Lingotto ha cominciato a viaggiare, a conoscere nuove realtà, a "fa l'americano". Fuori casa era tutto così facile, Brasile così generosa e accogliente, Serbia e Polonia così servizievoli, Cina così eccitante. "Perché tornare a casa e dividere quattro ruote con 20 mila bocche da sfamare?", si chiedeva ogni volta Lingotto. "Perché non posso andarmene e rifarmi una nuova vita".
Un pensiero fisso quello di Lingotto. Poi è arrivata lei, Chrysler. E i sogni sono diventati realtà. Quanto amore, riconoscenza, denaro, gloria a stelle e strisce.
Tutte cose che Italia non dava più a Lingotto. La passione tricolore si era spenta già da tempo. Tanti i motivi: gli anni, la crisi, i vecchi modelli e i nuovi problemi. Così per Lingotto tornare a casa era sempre più difficile.
E lei lo sapeva. Si era accorta che qualcosa stava cambiando. Ma ha sempre fatto finta di non vedere. "Sono solo scappatelle", pensava, "ma è qui la sua casa, la sua storia, la sua famiglia".
Per anni ha accettato in silenzio i tradimenti. Per anni ha cercato di riconquistare Lingotto. Ogni volta sotto il cuscino gli faceva trovare qualche euro. Ma era poca cosa rispetto ai dollari, ai dinari, ai renmimbi, ai real che le altre gli sventolavano sotto il naso.
Italia sapeva di non essere più ricca come un tempo, Lingotto le aveva portato via tutto, le idee, gli ingegneri, i figli migliori: 500L, il suv Maserati. E anziché reagire, divorziare e trovarsene un altro che potesse farla felice, ha preferito soffrire. Ha persino rinunciato a sfamare qualche bocca per non far sentire a Lingotto il peso di quella prole sconfinata.
Si è fatta aiutare dal padre con qualche ammortizzatore sociale, qualche incentivo. Ma è servito a poco perché per Lingotto, Italia non era più quella di una volta: sorridente, prosperosa, esplosiva, appetibile.

Marchionne e Obama a Detroit.



Invece Chrysler era lì pronta ad accoglierlo a braccia aperte ogni volta che volava da lei. E poi c'era papà Obama così desideroso di far felice Chrysler dopo anni di sofferenza e depressione. Voleva far rifiorire la sua casa, e così in poco tempo Detroit è diventata molto più bella e accogliente di Torino, Pomigliano, Cassino, Melfi, Termini Imerese.
Era quella ormai la dolce casa Fiat Chrysler. Fabbrica Italia solo un lontano ricordo, una promessa irrealizzabile. Eppure nonostante tutti sapessero, Italia no, faceva finta di non vedere. Anzichè denunciare l'abbandono del tetto coniugale, difendersi e reagire, ha preferito credere alle promesse, alle bugie. E anche quando qualche figlio ha iniziato a litigare, a lottare per i propri diritti, non ha fatto un passo. Ha preferito portarsi la guerra in casa pur di non perdere Lingotto.
Ma ora mentre lo guarda davanti al quel tavolo del Ministero, anche Italia non crede più che tornerà, che investirà davvero nel loro futuro. E ha paura. C'è tanta rabbia ma nessun orgoglio.
Per questo nessuno dei due ha il coraggio di pronunciare quella parola: divorzio. Quasi a non volersi assumere ancora una volta alcuna responsabilità.
Chissà se quando Lingotto farà le valigie una volta per tutte Italia capirà, se allora chiederà almeno gli alimenti, un risarcimento. E soprattutto chissà se qualche giudice le darà ragione. Perché chi accetta per così tanti anni tutti quei tradimenti e sta in silenzio è forse ugualmente responsabile di quel fallimento.

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