Non lavorare stanca

27 Settembre Set 2012 0939 27 settembre 2012

Taranto, l'Ilva gioca a poker. Ma il comitato Apecar non vede

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Taranto, l'acciaieria Ilva vista dalla città vecchia.



Ilva e Fabbrica Italia, in atto o in potenza non fa differenza, sono i modelli industriali di questo Paese. Il primo sta per implodere su se stesso, l'altro non nascerà mai. E a pagarne le conseguenze, come sempre, i lavoratori.
A Taranto gli operai dell'acciaieria di Emilio Riva assistono impotenti a una partita a poker dove sul piatto c'è lavoro e salute. Ma nessuno ha finore chiesto loro di partecipare al gioco.
Un gioco al ribasso in cui l'azienda, colta in fallo dalla Procura, sta cercando di contrattare un piano di interventi per il risanamento degli impianti inquinanti senza rinunciare alla produzione e al massimo dei profitti.
Ma il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha detto no. Come aveva già detto no alle misure da 400 milioni di euro proposte dal presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante."Non c'é spazio per proposte al ribasso da parte dell'Ilva circa gli interventi da svolgere e le somme" da stanziare, c'è scritto nel provvedimento del gip.
Perché oggi se 400 milioni possono bastare per organizzare qualche cena stile Antico Romano Impero, comprare il silenzio di politici, giornalisti e tecnici, non possono certo servire per risanare un impianto che, come ha scritto il gip di Taranto, "causa malattia e morte".
Con la salute non si mercanteggia.

E allora che fare? Portare ancora una volta gli operai in piazza? Strumentalizzare la loro paura? Sbattere la loro disperazione in tv? Usare la loro rabbia per bloccare un'intera città?
È quello che sta succedendo dal 26 luglio, da quando il gip ha disposto il sequestro senza facoltà d'uso di tutta l'area a caldo dello stabilimento siderurgico. Ed è quello a cui assisteremo nei prossimi giorni. Fim e Uilm hanno già dichiarato due giorni di sciopero, alcuni operai sono saliti sulla passerella in cima al camino E312, si sono incatenati sulla torre dell'altiforno 5.
La Fiom per ora tentenna, forse consapevole del fatto che non è paralizzando una città che si ottiene giustizia. Non è schierandosi contro la magistratura che si mette l'azienda davanti alle proprie responsabilità.
A rendersene conto prima ancora dei sindacati sono stati un gruppo di operai dell'Ilva e di tarantini che si sono organizzati in un comitato. Si chiamano Lavoratori e cittadini Liberi e pensanti e hanno come simbole l'apecar.
Non stanno nè con i sindacati nè con l'azienda. Non hanno una soluzione ai problemi. Ma vogliono capire, confrontarsi e soprattutto non farsi strumentalizzare. Sono quelli dell'apecar che il 2 agosto, durante la manifestazione dei sindacati in piazza a Taranto cercarono di attirare l'attenzione impedendo ai leader di parlare. "Avevamo chiesto una settimana prima ai sindacalisti di poter salire sul palco e dire la nostra, ma ce l'hanno impedito".
Da allora non si sono dati per vinti e si sono organizzati. "Ci usano come burattini, ma in questi giorni a parlare dell'Ilva in televisione ci sono solo i caschi bianchi", mi dicono al telefono alcuni esponenti del movimento che lavorano nell'acciaieria, "a parlare con i giornalisti sono quasi tutti delegati Uilm e Fim o dirigenti, gli operai sono pochissimi, compresi quelli saliti sulla torre".
Per evitare di essere ancora una volta strumentalizzati non parteciperanno allo sciopero indetto dai sindacati, ma il 27 settembre si sono ugualmente dati appuntamento al parcheggio davanti alla portineria A dello stabilimento dove si sono riuniti gli operai guidati da Fim e Uilm. Obiettivo è coinvolgere i lavoratori in un progetto,
"studiare una strategia, fare una assemblea tra lavoratori e cittadini,  senza andare dietro alle logiche dei sindacati che agiscono solo per dare voce all'azienda e non ai problemi dei lavoratori", spiega Fabrizio, operaio Ilva e portavoce del comitato.
"I sindacati e l'azienda invitano gli operai a uscire e bloccare le strade, noi invece vogliamo che Ilva dia i soldi che servono per salvare l'impianto e nostra la salute senza mettere in ginocchio Taranto". Bloccare ponti, strade e piazze sarebbe infatti l'ennesimo ricatto per una città già divisa a metà.
Invece il comitato Liberi e pensanti quella città la vorrebbe unita, consapevole e attiva: "Vogliamo partire dal basso, coinvolgere i cittadini, le cose si cambiano solo se siamo tutti coinvolti, se la smettiamo di delegare ad altri responsabilità e scelte che sono nostre", dice Fabrizio.
Tutti sanno che a lottare da soli contro il dragone alla fine ci si brucia:  "Purtroppo qualcuno di noi pagherà", dicono. Ma non si arrendono, "I soldi per salvare Alitalia Riva li ha messi", raccontano, "può farlo anche per l'Ilva, certo ci vuole tempo, ma la volontà ci deve essere, ci sono le soluzioni".
Invece Riva gioca al ribasso, "non vuole spendere soldi, tanto sa che tra un po' chiuderà comunque l'acciaieria perché è uno stabilimento obsoleto, quindi non vuole investire quello che serve". E così a ricordare ancora una volta che "la salute è il primo dovere della vita", come scriveva Oscar Wilde, e che "la vita non è vivere, ma vivere in buona salute", come scriveva Marziale, non sono oggi i politici, gli intellettuali o gli industriali illuminati, ma gli operai, i cittadini.
I tarantini, che in fondo nonostante la loro rassegnazione e il loro pessimismo schopenhaueriano, sanno benissimo che "la salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente".



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